Viaggio letterario a Civita di Bagnoreggio



Oggi suggerisco non un libro ma un piccolo viaggio letterario alla scoperta – o riscoperta, per chi c’è già stato – di un luogo che amo molto, Civita di Bagnoreggio, la cosiddetta “città che muore”, come la definì uno dei suoi figli illustri, lo scrittore e germanista Bonaventura Tecchi (1896-1968). Il borgo di Civita, nel nord del Lazio, vicino Bolsena, sorge in cima a uno sperone di tufo, mangiato dai terremoti (a partire da quello del 1695) e dall’erosione. Oggi a collegarlo a Bagnoreggio, e quindi alla “terra”, c’è un ponte di cemento armato, che si percorre a piedi. Attorno, un fantastico paesaggio di calanchi.

Da qui venne fra gli altri Bonaventura da Bagnoreggio, teologo e biografo “ufficiale” di San Francesco d’Assisi. Oggi Civita è abitata da una decina di persone, che gestiscono anche qualche struttura ricettiva. In compenso, solo nel 2019, sono arrivati un milione di turisti. Per avvicinarsi a questo luogo così singolare consiglio due titoli. Il primo è “La ragazza che vedeva nel buio”, di Giorgio Nisini, scrittore e docente di letteratura italiana a La Sapienza di Roma, con illustrazioni di Luca Ralli, fumettista e scenografo. Il piccolo volume è pubblicato da Oligo, editore di Mantova con sede nella Casa di Tazio Nuvolari, il grande pilota a cui Lucio Dalla dedicò una canzone indimenticabile. Il libro è una favola dark su uno scultore italo-tedesco che dopo una vita errabonda è approdato a Civita, e che una notte scorge nella piazza del paese una misteriosa fanciulla dai capelli rossi…

Il luogo in effetti sembra fatto apposta per ispirare storie così. Se invece siete interessati alle questioni più attuali, in fondo simili a quelle di tanti altri paesini delle “aree interne”, sospesi fra abbandono e overtourism, cercate “Civita - senza aggettivi e senza altre specificazioni”, pubblicato da Quodlibet nel 2020, di Giovanni Attili, docente di Urbanistica anche lui a La Sapienza, con prefazione di Giorgio Agamben. Parliamo di un testo sfaccettato, un saggio ricco di citazioni ma anche di emozioni più proprie della dimensione romanzesca, con interviste agli abitanti, ricerche d’archivio e tavole illustrate. Vi si parla dell’abbandono del paese, acceleratosi a partire dagli anni 60 per gli effetti dell’urbanizzazione selvaggia (“com’è bella la città…”, cantava sarcasticamente Gaber), del più recente boom turistico, ma anche di un fenomeno ben noto a chi conosce la vita segreta dei piccoli borghi: l’arrivo di nuovi abitanti dall’esterno, portatori di nuove idee, disposti, con umiltà, a mettersi in gioco. Nel caso di Civita, questo ruolo è stato svolto da Astra Zarina, architetta e docente americana di origini lettoni.













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