Vincitori e vinti di un Paese (e di un territorio) profondamente cambiato



Come diceva Tolstoj in Anna Karenina, “tutte le famiglie felici sono uguali, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Non parlava, è evidente, della famiglie politiche. Ma descriveva ugualmente alla perfezione ciò che sarebbe successo da quel giorno in poi dopo ogni chiamata al voto. Chi è felice (dopo aver vinto, ovviamente) festeggia allo stesso modo. Persino le sfumature d’entusiasmo e le modalità sono fra loro simili. Anche la finta modestia è la medesima. Chi è infelice - i veri sconfitti sono il Pd e la Lega, ma se si vanno a guardare le percentuali l’elenco s’allunga - si lecca invece le ferite in modo differente. Cerca colpevoli. Se la prende magari con gli elettori. Trova scuse sempre diverse. E manifesta forme altrettanto diverse d’infelicità. Solo una caratteristica rende tutti simili: il cercare l’elemento positivo (uno c’è sempre, se lo si sa scovare) sul quale spostare l’attenzione per negare il tracollo. Di solito c’è già pronta anche la frase fatta: «ci davano tutti per sconfitti, invece il dato, per quanto negativo, è comunque sorprendente». Contenti loro...
Ma vediamolo, quest’elenco di vincitori e vinti. Di felici e infelici. Al primo posto - com’era già emerso con chiarezza la notte scorsa - c’è Giorgia Meloni. Fateci caso, ormai la chiamano tutti Giorgia: come se fosse la vicina di casa. E il vero segreto del suo successo è proprio questo: essere (meglio: sembrare) quella della porta accanto.<MC>[TESTO]Cosa impensabile per Berlusconi (a lui servirebbero la vicina o il vicino di reggia) e Salvini (anche se adora suonare i campanelli e parlare al citofono con finti vicini). Ma - al di là di bagni di folla sempre uguali e sempre molto impersonali - si fatica anche ad immaginare un vicino come Letta, Calenda o Renzi, o come Conte, che pur s’è specializzato in baci e abbracci degni di “vasa-vasa” (bacia-bacia) Totò Cuffaro. Con Meloni hanno vinto e perso - sì, una cosa e l’altra - Berlusconi e Salvini, diventati nello spazio di pochi anni ruote di scorta - per quanto preziose - dell’ammiraglia che a turno prima guidavano. L’infelicità prevale di certo sulla felicità. Al punto che potrebbero considerare ancora aperta la loro personalissima partita: fra loro e con Giorgia.
Fra i magnifici vincitori perdenti c’è anche Giuseppe Conte: lo davano per spacciato e invece, in poche settimane, ha messo insieme il terzo partito italiano (ma quattro anni fa era il primo). Togliendosi persino lo sfizio di sfilare la poltrona di deputato - attraverso l’ex ministro Costa - a un Luigi Di Maio che ora dovrà fare i conti col mondo un po’ meno ovattato che c’è al di fuori del Parlamento. Il rischio è che debba trovare un lavoro all’altezza di chi è stato ministro degli esteri. Perdente senza se e senza ma è, come detto, Enrico Letta: ha sbagliato tutta la campagna elettorale, parlando quasi solo della Meloni (che è però risultata più empatica e che è stata quasi avvantaggiata dal continuo ritornello lettiano) e del voto utile: come se spettasse a un segretario di partito dare una certificazione in tal senso ad ogni elettore. Ha cercato di parlare anche ai giovani, Letta, ma - evidentemente pur senza volerlo - ha finito per farlo come un professorino. Di qui la decisione di non ripresentarsi al congresso come candidato alla successione di sé stesso.
Tra i vincitori sconfitti - un po’ felici e un po’ infelici, insomma - ci sono anche Carlo Calenda e Matteo Renzi. Il primo perché s’aspettava ben altro risultato, il secondo perché ha preferito fingere di scomparire - restando in Parlamento, insieme ai suoi fedelissimi - per giocarsi in realtà il jolly in altre occasioni. Un capolavoro tattico, quello del solito Renzi: mandare avanti Calenda, anche quando s’è trattato di far brutta figura. E tenersi dietro le quinte, il luogo nel quale - lontan dagli occhi - tutto nasce. Fra parentesi: l’ex presidente del consiglio ha riportato a Palazzo anche la “nostra” Maria Elena Boschi, la parlamentare più invisibile che l’Alto Adige (non) abbia mai visto. Le ragioni per essere infelici, comunque, non mancano: Carlo e Matteo sognavano infatti d’essere il terzo polo. Hanno poi vinto anche i Verdi: lontani da antichi fasti, hanno infatti ripreso quota (soprattutto dalle nostre parti, dove già sognano d’entrare nella prossima giunta provinciale). Ma c’è poco di cui rallegrarsi, considerato che, come noto, i voti si contano e non si pesano. Ha perso, per un soffio, anche Emma Bonino. E con lei ha perso un sistema elettorale assurdo, che non dà voce - comunque la si pensi - ad alcuni e che ne dà molta ad altri. Un sistema elettorale “chiuso”, che è il vero morbo che tiene lontani gli elettori dall’urna. Quanti di noi domenica hanno potuto davvero scegliere? Pochissimi, in realtà: ma solo perché gradivano la candidata o il candidato scelto (meglio: imposto) da altri. Tornando agli infelici sconfitti, Italexit (il partitino di Paragone) non se l’è filato nessuno, ma su un fronte analogo Vita, in Alto Adige, pur non ottenendo poltrone o sgabelli, ha fatto il botto, dimostrando che qui c’è un partito tedesco che non è allergico solo ai vaccini, ma anche ad una serie di regole, alla stessa Svp e a molte altre limitazioni della libertà. Sembrava un partito fuori dalla storia; invece una piccola storia l’ha scritta, anche se quei voti per ora non produrranno nulla. Per ora, appunto: perché la truppa s’è allenata alle politiche per giocarsi la vera partita fra un anno, alle provinciali. Come abbiamo invece anticipato ieri, ha vinto (felicemente) anche Luigi Spagnolli. Anzi: Gigi. Perché, a fronte di un centrosinistra in caduta libera, il buon vecchio Gigi - non tanto l’ex sindaco, ma invece il ragazzo gioviale che parla a tutti, rigorosamente in due lingue (italiano e tedesco) - ha saputo intercettare (non solo nelle zone tedesche di Bolzano) qualche voto tedesco che ha puntualmente strappato a Mayr e qualche voto di centrodestra che ha sottratto a Maurizio Bosatra, il leghista vissuto nella nostra zona come lo straniero imposto da Milano. Infine Spagnolli, per quanto possa sembrare paradossale, per diventare senatore ha dovuto... non perdere troppi voti fra i suoi sostenitori, soprattutto a sinistra, dove un po’ di fatica, per sostenere Gigi, l’hanno sempre fatta. A proposito del mite Bosatra: il braccio destro (mai sinistro, ci mancherebbe) di Calderoli esce bastonato dal voto. Smentendo anche i sondaggi che lo davano in vantaggio. Ma può sempre dire di aver lottato con onore, seppur da infelice a modo suo. Qualcuno, nell’Alto Adige di centrodestra (o destracentro), ha preferito l’usato sicuro di centrosinistra al salto (saltino, via) nel vuoto. E ha perso con onore anche Manfred Mayr (che riesce comunque difficile immaginare infelice). La Svp era fra l’altro convinta d’essere la terza che gode fra i due litiganti, ma il cappotto non c’è proprio stato ed è, per il partito di raccolta che pur finge di ignorare l’unica sconfitta patita, una doppia disfatta. Diplomatica - perché con un po’ di furbizia oggi avrebbe potuto ascriversi persino la vittoria di Spagnolli - e concreta: perché la Volkspartei, su questa ulteriore vittoria, ci aveva puntato davvero. Anche perdendo parecchi voti, la Svp ha riportato peraltro a Roma praticamente tutta la delegazione parlamentare: i felicissimi Julia Unterberger (Senato Merano), Meinhard Durnwalder (Senato Bressanone), Manfred Schullian (Camera Bolzano - Merano - Bassa Atesina), Renate Gebhard (Camera Bressanone) e Dieter Steger (Camera proporzionale). Alessandro Urzì ha stravinto a Vicenza. Del resto Giorgia Meloni in persona ha voluto per lui un collegio granitico. Più d’uno - conscio della su antica amicizia con Giorgia - già lo vede sottosegretario con delega all’autonomia: un modo, da parte di Fratelli d’Italia, per dire alla Svp che l’attenzione nei confronti dell’autonomia ci sarà, ma con uno sguardo nitido per la minoranza italiana. Al suo posto, in consiglio provinciale, entra Marco Galateo.
Ha vinto poi Michaela Biancofiore, la donna dalle sette vite e da un numero ormai quasi analogo di legislature. Nel collegio senatoriale di Rovereto - dove Donatella Conzatti godeva del sostegno del campo largo sbocciato nel centrosinistra trentino (da Letta a Calenda e Renzi) - la berlusconiana storica Biancofiore, diventata brugnariana giusto in tempo per strappare (anche allo stesso centrodestra) un collegio quasi sicuro, s’è imposta per un pugno di voti. Di qui la richiesta, da parte della sconfitta, del riconteggio. Al proporzionale (per la Camera) certe anche le vittorie delle due consigliere provinciali trentine Alessia Ambrosi (Fratelli d’Italia) e di Sara Ferrari (Pd). Felicità, infine, anche per il genere: le elette superano gli eletti, nella nostra regione. E ora tutti gli occhi si spostano già sulle provinciali. Un anno passa in fretta. Come certe emozioni.

















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