Violenza di genere, niente alibi



In Germania c’è un filo rosso, sottile ma ben resistente, che attraversa il dibattito tedesco sulla violenza di genere: la difficoltà, ieri come oggi, di chiamare le cose con il loro nome. E soprattutto, di farlo senza cercare alibi. Neanche molto tempo fa per il Bundestag lo stupro coniugale non esisteva. Fino alla fine degli anni Novanta il consenso matrimoniale veniva interpretato come un assegno in bianco. Ancora prima, fino al 1995, i tribunali tedeschi trattavano i cosiddetti “delitti d’onore” con sorprendente indulgenza, spesso classificandoli come omicidi colposi, mostrando una comprensione esplicita per le “motivazioni culturali”. Sulla carta, la Germania ha fatto passi da gigante. Ma oggi la domanda è se quel progresso sia reale o solo formale. Perché, se qualcosa è cambiato, non è necessariamente l’istinto a giustificare, bensì chi lo esercita. Il cancelliere Friedrich Merz incarna questa ambivalenza. Un tempo contrario all’estensione della definizione di stupro all’interno del matrimonio, oggi ammette che voterebbe diversamente. Ma il recente caso della pornografia deepfake — esploso dopo la denuncia dell’attrice Collien Fernandes contro l’ex compagno Christian Ulmen, attore pure lui , accusato di aver creato profili falsi a suo nome per diffondere materiale pornografico — ha riportato a galla vecchie esitazioni. In Germania, la diffusione di immagini sessuali manipolate non è ancora considerata un reato sessuale, ma una semplice violazione del diritto d’autore. E, quando incalzato, Merz ha finito per deviare il discorso verso la criminalità migrante, evocando una “quota significativa” di violenza proveniente da ambienti di immigrati. Un riflesso che i suoi critici leggono come una strategia consolidata: spostare il fuoco. Ma ridurre tutto a una contrapposizione ideologica sarebbe troppo semplice. Perché due verità possono coesistere, e spesso lo fanno. Da un lato, Merz appare lento nel riconoscere nuove forme di violenza, come quella digitale. Dall’altro, una parte del femminismo contemporaneo mostra una reticenza speculare quando i crimini si intrecciano con il fattore culturale. I numeri, del resto, sono difficili da ignorare. Secondo il Bundeskriminalamt, i reati sessuali gravi sono aumentati del 72% dal 2018, con circa 14.500 casi nel 2025. I cittadini non tedeschi risultano fortemente sovrarappresentati tra i sospettati. Un dato che, per alcuni, riflette realtà sociali complesse; per altri, invece, è il prodotto di bias sistemici nelle forze dell’ordine. La deputata dei Verdi Irene Mihalic invita alla cautela: quei numeri, sostiene, rischiano di alimentare narrazioni semplicistiche, e non senza ragione. La Germania ha già sperimentato quanto sia esplosivo il terreno, basti pensare agli eventi di Colonia del Capodanno 2015–16 o alle polemiche sul termine “NAFRI”.E proprio qui si inserisce uno dei simboli più controversi del dibattito: il termine “NAFRI”, abbreviazione interna della polizia del Nord Reno-Westfalia per “nordafricano” o “delinquente nordafricano recidivo”. Nato come codice operativo — ad esempio nelle comunicazioni radio — il termine è esploso nel dibattito pubblico dopo le aggressioni di massa nelle notti di Capodanno tra il 2015 e il 2017 a Colonia, diventando oggetto di aspre polemiche e accuse di profiling etnico. Eppure negare sistematicamente ogni correlazione rischia di produrre un effetto opposto: la rimozione del problema. Emblematici sono i casi emersi a Berlino-Neukölln, dove istituzioni locali avrebbero insabbiato denunce di violenze per evitare strumentalizzazioni da parte dell’estrema destra. Nel frattempo, anche il dibattito mediatico evolve. Pubblicazioni come lo Spiegel iniziano a riconoscere che il background culturale può avere un ruolo nei comportamenti criminali. Ma si fermano un passo prima: quello delle soluzioni. E forse è proprio qui il nodo. Perché ammettere che la cultura incide significa aprire interrogativi ben più ampi: sull’integrazione, sul multiculturalismo, sulla capacità di una società di definire valori comuni non negoziabili. In questo clima già teso, le parole del capo del Bund Deutscher Kriminalbeamter, Dirk Peglow, hanno buttato benzina sul fuoco. “Per le donne è meglio non mettersi con un uomo”, ha detto provocatoriamente in un’intervista su ZDF, salvo poi chiarire che si trattava di una provocazione mal interpretata. Il punto, spiega Peglow, è un altro: il rischio principale per le donne non si annida nello sconosciuto nel parco al buio, ma nello spazio più vicino e quotidiano, quello delle relazioni. La violenza — psicologica, fisica o sessuale — si consuma molto spesso all’interno o al termine di rapporti affettivi. “Statisticamente circa una donna su tre” ne è vittima nel corso della vita. Non un atto d’accusa generalizzato contro gli uomini, dunque, ma il tentativo di spostare lo sguardo sul comportamento dei perpetratori: dinamiche di controllo, senso di possesso, incapacità di accettare l’autonomia femminile. È lì, insiste Peglow, che devono intervenire prevenzione ed educazione, nella famiglia, nella scuola, nella società, ben prima del diritto penale. Un richiamo che, però, si è perso nel rumore della polemica. Ancora una volta, il dibattito pubblico si è concentrato sulla frase più provocatoria, ignorando il dato più scomodo: la violenza contro le donne è, in larga misura, un fenomeno domestico. La giornalista Dunja Hayali, che ha intervistato Peglow ha raccontato di essere stata minacciata, un dettaglio che dice molto: mentre si discute di violenza contro le donne, c’è chi reagisce con altra violenza. E così il dibattito pubblico tedesco resta sospeso, intrappolato tra il timore di alimentare l’estrema destra — come l’AfD — e la necessità di affrontare problemi reali. Si può nominare il problema, oggi, ma proporre soluzioni resta un tabù. Forse perché le soluzioni, una volta esplicitate, costringerebbero tutti — destra e sinistra — a rinunciare a qualche comoda certezza.

 













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