«Alimentazione sostenibile? Sì, grazie agli estratti di soia»
Francesco Reale, classe 1997, analizza un gel proteico che potrebbe diventare la base per diversi prodotti vegetali, come burger e snack
VADENA. L'Italia è il primo produttore europeo di soia, con circa 1,1 milioni di tonnellate l'anno. Per supportare questa filiera, Francesco Reale, classe 1997, analizza un gel proteico a base di soia che potrebbe diventare la base per diversi prodotti vegetali, come burger e snack. Il ricercatore del Centro di Sperimentazione Laimburg lavora al progetto Proseed, dove in collaborazione con un'azienda locale studia alternative vegetali ai prodotti a base di carne. Il tema dell'alimentazione sostenibile sta diventando sempre più centrale, anche nella ricerca scientifica.
In che modo il suo lavoro si inserisce in questo ambito?
Negli ultimi anni il modo in cui mangiamo sta cambiando molto. Le persone sono sempre più attente all'origine del cibo, alla salute e all'ambiente. In Europa, come nel resto del mondo, cresce l'interesse verso le proteine vegetali, considerate essenziali per ridurre l'impatto ambientale della produzione alimentare. Presso il Centro di Sperimentazione Laimburg lavoro al progetto Proseed, finanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (Fesr). Questo progetto studia le proteine della soia per estrarle, valorizzarle e trasformarle in ingredienti innovativi per l'alimentazione umana del presente e del futuro. Uno dei prodotti più interessanti su cui stiamo lavorando è un gel proteico vegetale, che potrebbe essere utilizzato come base per burger, snack, prodotti da forno o altri alimenti proteici.
Qual è il contributo più grande del progetto Proseed per il settore alimentare europeo?
La filiera agroalimentare dell'Unione Europea dipende fortemente da proteine vegetali estratte e lavorate al di fuori dell'Europa. L'Italia è oggi il primo produttore europeo di soia, con circa 1,1 milioni di tonnellate all'anno, oltre il 40% della produzione europea. Tuttavia, la quasi totalità di questa soia viene destinata ai mangimi zootecnici. La produzione industriale di estratti proteici per l'alimentazione umana è oggi concentrata in Asia: da lì proviene gran parte degli ingredienti utilizzati in Europa per alimenti vegetali, integratori e prodotti funzionali. Il progetto PROSEED mira a costruire le basi per una filiera europea sostenibile e innovativa, capace di generare valore economico, conoscenza e opportunità di lavoro qualificate.Una parte del progetto riguarda il recupero degli scarti.
Di cosa si tratta?
Nel processo di estrazione di proteine vegetali, si genera un siero liquido, ricco di minerali, proteine residue e composti bioattivi, che normalmente sarebbe scartato. Noi vogliamo valorizzarlo, trasformandolo in un prodotto che somministrato alle piante è in grado di migliorarne la crescita, l'assorbimento dei nutrienti e la resistenza a stress, riducendo in parte la necessità di utilizzare fertilizzanti sintetici. Così, Proseed chiude il cerchio: da un lato otteniamo un prodotto sostenibile per l'alimentazione umana, dall'altro trasformiamo uno scarto in un prodotto agricolo ad alto valore aggiunto.
Lei si occupa della parte chimica e analitica del progetto. A cosa serve questo tipo di analisi?
Nel progetto Proseed collaboriamo con un'azienda locale, che si occupa di sviluppare il prodotto. Noi del Laboratorio Aromi e Metaboliti del Centro Laimburg ci concentriamo sulla sua composizione. Mediante tecniche strumentali avanzate, possiamo guardare dentro la materia con grande precisione e profondità. Le analisi ci raccontano se il prodotto è stabile, equilibrato e se si può migliorare in qualche suo aspetto. Da qui un dialogo continuo con l'azienda: noi studiamo chimicamente il prodotto e diamo indicazioni per migliorarlo, loro sviluppano la parte applicativa. È un lavoro di squadra tra laboratorio e industria.
Ci racconta brevemente come è arrivato al Centro Laimburg?
Sono nato a Bolzano e ho frequentato il liceo scientifico Galileo Galilei. Dopo il diploma mi ero interessato alla filosofia, poi avevo pensato all'ingegneria. Alla fine, mi sono iscritto a Scienze agrarie a Padova e poi a Biotecnologie agroalimentari a Verona. Qui mi sono avvicinato alla chimica analitica, che mi ha portato prima a lavorare presso la Fondazione Edmund Mach e ora qui, al Centro di Sperimentazione Laimburg. Sebbene sia ancora giovane ho imparato una cosa importante: anche se all'inizio fa un po' paura, si può modellare il proprio percorso e costruirsi la propria strada un tassello alla volta.
C'è stato un momento preciso in cui ha capito che la ricerca in laboratorio fosse la sua strada?
Penso che la scintilla sia scattata quando ho capito che la ricerca scientifica ti permette di unire curiosità e metodo. Sono sempre stato una persona curiosa e in laboratorio ho trovato un equilibrio che non avevo mai sperimentato prima: poter osservare un fenomeno, analizzarlo e arrivare a comprenderlo davvero.Dopo un periodo come tecnico di laboratorio, oggi è ricercatore.
Cosa è cambiato nel suo modo di lavorare?
Passare da tecnico a ricercatore ha cambiato molto il mio approccio al lavoro. Prima mi concentravo soprattutto sull'esecuzione precisa degli esperimenti; oggi ho più libertà di pianificare strategie, interpreto dati e decido quali direzioni scientifiche seguire. Dal punto di vista umano, invece, mi fido di più del mio giudizio e delle mie capacità, e ho imparato a confrontarmi con colleghi e a gestire imprevisti e frustrazioni. Anche sul piano umano è stato un cambiamento profondo. Da tecnico impari a fare bene le cose, da ricercatore impari a chiederti perché le fai. È un passaggio che ti spinge a pensare in modo più critico e a vedere la scienza come un percorso, non solo come un insieme di procedure.
Che cosa sogna per il futuro, suo e della ricerca in Alto Adige?
Qui ci sono condizioni ideali per chi fa ricerca. Per il mio futuro sogno di continuare a crescere lavorando su progetti concreti e ambiziosi valorizzando quello che questa regione ha da offrire.