Il professore ai confini del male «tra killer di mafia e pusher»
Insegnante di religione di Salorno, in oltre 20 anni "ai confini del male" ha tenuto lezioni e si è rapportato ad almeno un migliaio di detenuti a Spini di Gardolo, compresi killer di mafia, autori di efferati femminicidi ma anche pusher capaci di violenze inaudite pur di raggiungere i loro scopi
SALORNO. Rolando Pizzini, insegnante di religione di Salorno, in oltre 20 anni "ai confini del male" ha tenuto lezioni e si è rapportato ad almeno un migliaio di detenuti a Spini di Gardolo, compresi killer di mafia, autori di efferati femminicidi ma anche pusher capaci di violenze inaudite pur di raggiungere i loro scopi.
Il suo è stato un lavoro lento, paziente dettato dal desiderio di "scavare nelle coscienze" di chi si era macchiato anche di crimini atroci. Dopo tanto tempo "dietro le sbarre", anche se come docente, ha deciso - quasi fosse una terapia - «di buttare fuori emozioni e riflessioni non facili da gestire interiormente».
Il suo, anche per questo, è un libro che si muove al confine tra bene e male. Delle centinaia di detenuti incontrati Pizzini riporta - non a caso - le esperienze che maggiormente lo hanno segnato come professore e come persona: ne è venuta fuori una sorta «di finestra d'osservazione e di esplorazione». Il libro si conclude con alcune riflessioni di un killer della mafia e di un femminicida. Da cui noi, invece, abbiamo deciso di partire.
Stefano, il killer interessato dalla maieutica.
«Nelle mie lunghe carcerazioni ho sempre fatto parte di quel 99,9 per cento di detenuti che giudica negativa l'esperienza della prigionia. Nei miei ultimi cinque anni a Spini di Gardolo mi sono invece ritrovato nello 0,1 per cento di coloro che l'hanno vissuta in modo diverso. Il caso volle che un giorno, in quel penitenziario, decisi di partecipare un po' per gioco, un po' per far passare il tempo, all'insegnamento della religione, trovando un professore atipico e informale...dalle religioni passammo alla filosofia e poi alla meravigliosa maieutica».
Lorenzo, autore di un femminicidio che pensa ai debiti da pagare con la giustizia.
«Con Pizzini ci siamo incontrati ripetutamente il sabato, nelle prime ore del mattino, per condividere l'esperienza del dialogo. Bisogna stare attenti più a non commettere un'ingiustizia che non a subirla, e la massima preoccupazione per un uomo deve essere quella di non sembrare buono, ma di esserlo, sia nella vita privata sia nella vita pubblica. Se poi qualcuno commette una colpa bisogna punirlo; poiché questo è il bene che viene per secondo, dopo l'essere giusto: ridiventare giusto pagando il proprio debito alla giustizia».
«C'è chi mi ha rimproverato di sprecare il mio tempo con la feccia della società».
«Come è evidente dai racconti di Rolando Pizzini in questo libro - scrive la giornalista Giusi Fasano nella prefazione - si può essere liberi e partecipi anche in un carcere, anche davanti alla parola "ergastolo", anche se schiacciati dai rimorsi. "C'è stato chi mi ha rimproverato per il mio sprecare tempo a favore della feccia della società", dice l'autore nell'introduzione. E sappiamo tutti che molti - troppi - è così che considerano i detenuti e le detenute: feccia della società. Lui ha lasciato correre; meglio non commentare e ignorare la scia del veleno altrui. Rolando Pizzini voleva ascoltare, capire, insegnare. Voleva portare in cella quel che ha sempre messo nel suo zaino anche per il mondo fuori dalle sbarre, libertà e partecipazione. E così ha fatto.
Dottor Pizzini, nel suo libro descrive episodi delicati da raccontare come l'insegnare a un pedofilo o a un assassino. Quale motivo l'ha spinta a portarli a conoscenza dei lettori?
Nel raccontare mi accorgevo innanzitutto di liberarmi di ricordi, di esperienze personali e professionali che, da tanti anni, pesavano sulla mia coscienza. È stato dunque questo che mi ha spinto a scrivere particolari che mai, fino a poco tempo fa, avrei voluto portare alla conoscenza di tutti.Il suo libro sorprende per essere una raccolta di episodi raccontati in modo breve simili quasi a lampi che squarciano le coscienze.
È così?
Sì, è vero. Ho scelto questo stile in quanto meglio rappresentava le emozioni vissute con persone che avevano superato la soglia di ciò che consideriamo non oltrepassabile.
Emozioni e riflessioni non facili da gestire interiormente.Il suo metodo d'insegnamento ha favorito il dialogo con i reclusi?
La mia materia, religione, ha la possibilità di spaziare e di arricchirsi anche di discipline come la psicologia, l'antropologia e di mille altri campi del sapere umano. Questo certamente mi ha aiutato nell'avvicinarmi alle varie coscienze dei detenuti.
Le coscienze che stanno rinchiuse in un carcere lo hanno aiutato a capire, come lei scrive, il confine fra il bene e il male?
Questi confini, in ognuno di noi, sono in realtà molto confusi e il lavoro in un carcere certamente aiuta a comprendere quanto distanti siamo, tutti noi, dal riconoscere la contraddittorietà lacerante della condizione umana.
A leggere il suo libro viene spontanea una domanda. Perché non lo ha arricchito di altri episodi che sicuramente hanno segnato i suoi vent'anni di insegnamento in carcere?
La ringrazio per questa domanda perché prima di pubblicare c'è stato che mi chiedeva di aggiungere episodi, narrazioni, capitoli. Ma la "brevità" è stata una mia scelta determinata, voluta fortemente. Non volevo, infatti, presentare un lavoro che soddisfacesse il gusto della cronaca nera in quanto ho cercato di portare alla luce solo quello che potesse aiutare il lettore, attraverso la mia esperienza, nel riflettere sulle manifestazioni di ciò che definiamo male e di ciò che definiamo bene.Il suo libro si conclude con gli interventi di un killer della mafia e di un femminicida.
Come mai ha deciso di lasciare spazio a questi due carcerati?
È stata una loro esplicita richiesta quando hanno saputo che stavo scrivendo un libro sul penitenziario. Amo il rischio e quindi ho risposto di sì e quando mi hanno presentato le loro pagine avevo già deciso che di quanto avevo fra le mani non avrei cambiato una virgola indipendentemente da ciò che avrei letto. Quello che trovate sono quindi le loro parole.