L'intervista

Achammer: «Nostra figlia Joelle: il suo arrivo dall'Africa ci ha cambiato la vita»

L’assessore provinciale racconta la scelta di accogliere la bambina conosciuta in un orfanotrofio africano insieme alla moglie Nicole Uibo. Dal ricordo della denutrizione al nuovo inizio in Alto Adige, fino all’impegno con l’associazione "Alto Adige per il Burundi". Ora il lancio (nella foto i coniugi con i figli Joelle e Paul Anton)



BOLZANO. Joelle ieri aveva le treccine, due piccoli brillanti all'orecchio e se ne è stata tutto il tempo in braccio alla nonna.

Philipp Achammer l'ha vista, poco più di un anno fa, che la si poteva tenere in una mano tanto era piccola. «Aveva pochi mesi, cinque, sei... Laggiù è difficile tenere i conti». Intende dell'età, l'assessore provinciale. E laggiù è il Burundi. Joelle se ne stava in un orfanotrofio. Succede, perché una mamma non sa che fare quando nascono i figli. Ci prova, poi non trova il cibo neanche per sé e allora si risolve ad affidarli a chi ha almeno un letto o qualcosa di simile.

Achammer l'ha vista, quella creatura, nell'ultimo suo viaggio africano compiuto insieme alla moglie Nicole Uibo, e l'hanno adottata. Oggi fa parte della famiglia.

Ieri, invece, era alla casa della Pesa in mezzo ai volontari di "Alto Adige per il Burundi" - "Südtirol für Burundi". Scalpitava, troppi discorsi. Ma è stato ieri che l'associazione si è presentata. Ci sarà una mostra, tra un po', per raccogliere i primi fondi.

La console italiana in Burundi si è collegata in diretta e ha spiegato come ogni aiuto serva. Anche il più piccolo.

Poco prima Achammer aveva chiarito: «È un Paese magnifico ma privo di opportunità. I ragazzi non vanno a scuola perché un anno costa 15 euro e pochi li hanno. Ecco, pensiamo solo che con 30 euro donati si può garantire istruzione a un bambino o a una bambina. Con penne e quaderni».

Trentatré milioni di abitanti e un Pil drammatico. È la perla d'Africa il Burundi, piccolo e bellissimo. «Sono i più poveri tra i più poveri, ma basta poco per renderli felici»: il poco sono le donazioni.

Achammer, quando avete deciso di portare con voi Joelle?
«Quando l'abbiamo vista. Stavamo facendo una visita in un orfanotrofio. Non so perché lei. Sono questioni che non si possono spiegare. L'ho guardata, mi ha guardato. Poi ho chiesto come si poteva fare.E l'ha fatto».

Quanti anni ha?
«Lì è tutto così difficile e complicato. Queste creature arrivano nelle strutture da tutto il Paese. I genitori non sanno che fare e il primo pensiero è far sopravvivere i figli».

Come stava la piccola?
«Non bene. Era denutrita. Spezzava il cuore vederla così».

Poi l'ha portata in Alto Adige. Ricorda il giorno?
«È successo quando mi sono trovato ad inaugurare una nostra scuola...»
Si immagina che tipo di scuola no?
«E certo. Le nostre. Penso abbiamo speso un bel po' di milioni».
Che ha pensato?
«Lo scarto, in effetti, è quasi insopportabile. Avevo visto le loro scuole, l'orfanotrofio e poi, appena arrivata Joelle, quell'inaugurazione. Tutto è cambiato».
Intende la sua vita?
«Andare laggiù, tornare qui, vedere Joelle è stato uno shock esistenziale prima che culturale».

Si spieghi.
«Ecco, queste sono cose che spostano lo sguardo che si ha sulla vita. Sulla propria innanzitutto ma anche su quella di chi ti circonda».

È mutato anche il suo sguardo politico?
«Certo. Si sono mischiate le priorità. Prima era tutto in ordine in un certo modo. Adesso l'ordine è cambiato. Non che non si badi al resto, ma il resto ha i suoi limiti».

Ha percepito qualche soffio di intolleranza intorno alla sua nuova figlia?
«No, direi no. O forse sono io che ho cambiato registro. Se c'è stata, non me ne sono accorto. È come se stessi su una collina e guardassi al resto da una maggiore distanza».

E Joelle in casa? Lei ha un altro bambino...
«Sì, Paul. Ogni tanto ha qualche moto di gelosia. I bambini vorrebbero i genitori tutti per sé e l'arrivo di una sorellina è sempre un passaggio difficile. Adesso vanno d'accordo. Qualche volta discutono ma come accade a tutti. Certo, Joelle ha un bel caratterino, fa capire chiaro quello che vuole...» P.CA.













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