L’intervista

Durnwalder: «Acciaierie, non facciamo come i fascisti»

«A Bruxelles spiegai la delicatezza della questione e salvai la fabbrica. Ora come allora serve fare di tutto perché Valbruna e i suoi operai restino. Noi dobbiamo dimostrare che teniamo a tutti, italiani e sudtirolesi»


Paolo Campostrini


BOLZANO. Come ha salvato le Acciaierie, presidente? «Ho detto in confidenza a Bolkenstein che nicchiava: ascolti, non vorrà mica che noi della Svp a Bolzano ci comportiamo come i fascisti negli anni Venti?». Il commissario europeo ha guardato Luis Durnwalder per un buon minuto in silenzio. Poi gli ha chiesto: in che senso? E l'allora Landeshauptmann: «A loro non importava dei tedeschi ma solo degli italiani. Noi dobbiamo dimostrare che teniamo a tutti, indipendentemente dalla lingua». È stato in questo ultimo faccia a faccia, al quarto viaggio di Durnwalder a Bruxelles che la questione della allora Falck e poi Valbruna si sbloccò. Non contributi europei, che era stato l'ostacolo, ma via libera all'affitto dei terreni. È stato dentro questa visione trasversale, non etnica ma sociale prima che economica, che la più grande fabbrica della Zona, che forniva il senso stesso di una presenza industriale, venne salvata. Non morì.

E adesso?

Che vuole sapere?

Del bando. Giusto, sbagliato, troppo alto il canone?

Ecco, ci manca solo che dica quello che penso sul bando. Già mi dicono che parlo troppo.

Forse perché quello che dice conta nel partito e nella giunta?

Mah. Dico questo: occorre fare di tutto anche adesso per non perdere quelle centinaia di posti di lavoro. Una speranza c'è. Ad esempio l'affitto non sarebbe illegale…

Ma perché ci teneva così tanto alle Acciaierie?

Non solo a loro. Alla gente che ci lavorava. E alle centinaia e centinaia di famiglie che riuscivano a vivere bene qui.

Cosa l'ha spinta, si intende politicamente?

Dare un segnale. In quegli anni in cui l'autonomia stava consolidandosi ma ancora non nel tutto, all'inizio dei Novanta, era assolutamente necessario dimostrare che la Provincia e la sua giunta non erano lì solo per badare al gruppo tedesco o ladino.

E questo che significa?

Che c'è un mandato preciso per la Svp nella tutela della minoranza ma la giunta non è il partito. E anche al partito andava detto che quando si parla di lavoro e di occupazione e di stipendi per la gente, non si sta a guardare se uno parla tedesco o italiano o ladino.

Quindi che decise?

Di andare a Bruxelles. Allora la questione riguardava il fatto che la Ue non intendeva più andare avanti con la politica dei contributi. Chi decideva era Frits Bolkenstein, il commissario europeo. Sono andato nel suo ufficio e gli ho esposto il caso.

E lui?

Gran sorrisi ma poi mi ha comunicato che non c'era niente da fare.

Dunque?

Sono andato. Ma poi sono tornato.

Alla fine come lo ha smosso?

Allora le ho detto: guardi so che anche lei fa parte di una minoranza…

Di che tipo?

È un fiammingo, in Olanda. Anche lì, e pure in Belgio, ci sono tensioni tra i gruppi. Ho spiegato che la strada maestra per attenuarli è la pace sociale. Se manca, esplodono. E la pace sociale si fa col lavoro. Se allora fossero rimasti a casa centinaia di lavoratori non so cosa sarebbe accaduto, non potevo permetterlo. E poi, ripeto, era anche un mio punto d'onore: italiani e tedeschi, quando si trattava di cose serie come occupazione e stipendi, dovevano stare sullo stesso piano per la mia Provincia.

E per quella di oggi?  Sembra che le fabbriche in Zona non siano al centro dei pensieri.

E invece deve esserlo. Ora come allora serve fare di tutto perché Valbruna e i suoi operai restino. Al di là dei vantaggi che questa presenza ci porta, è evidente che bisogna guardare a tutte le strade possibili per trovare una soluzione. E ripeto, l'affitto non mi pare illegale. Bene, mi fermo qui...













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