Il cuore di Via Torino batte ancora forte
Tradizione e innovazione. C’è chi chiude, ma c’è chi resiste oppure apre nuove attività
BOLZANO. Via Torino, una strada ancora a misura d'uomo. È cambiato tutto anche qui, negli anni, ma c'è chi resiste e prospera da tre generazioni in attesa della quarta, chi tira avanti, e chi ha aperto da poco con grande entusiasmo. Il tutto con un'attenzione particolare al singolo, perché qui negozi di vicinato e bar sotto casa funzionano ancora bene.
Renato Massenza, della storica ferramenta Zanoni (in città ormai si contano sulle dita di una mano) è qui da 19 anni: «Tutto diverso, un tempo più traffico, ora si è calmato tutto, un po' si fa fatica. Molti clienti vanno a comprare altrove, dove ci sono altre quantità di merce, anche se noi offriamo le cose particolari e poi l'esperienza di saper consigliare». I clienti in zona? «Certi giorni dico tutti bravi, altre giornate invece... Una volta la gente era più aperta, meno scontrosa. Oggi tante pretese e, se non trovano ciò che cercano, hanno da ridire». Molti negozi hanno chiuso: «Se le cose vanno, ma figli e nipoti non vogliono continuare, si riesce a vendere bene a chi si vuole, altrimenti si svende e lo prende chi capita...»
Marianna Burato, di Etre Belle, si è trasferita 10 anni fa da Oltrisarco, poco dopo lei e la collega si sono ampliate sfruttando il negozio accanto, chiuso. «Abbiamo clienti molto fedeli, una volta fidelizzati tendono a non andare da altre parti. Puntiamo molto sulla consulenza, non solo sul prodotto. I negozi di vicinato esistono per questo». In via Torino, qualcosa da migliorare? «Gira voce del ritorno dei vigili di quartiere, ci speriamo; ci sono dinamiche difficili da gestire, come l'accattonaggio molesto. E ora, che alle 5 diventa buio, noi ragazze, a uscire la sera... Non è semplice, ci guardiamo le spalle. Abbiamo i cani. Quanto alle spaccate, tutti più o meno battezzati. Molti si sono dotati di allarmi, serrande che lavorano in un certo modo. Non tutti si sono adeguati, sono migliaia di euro». A prevalere però è l'ottimismo: «La gente ha voglia di parlare, condividere, avere supporto dal commerciante. Non viene, prende il prodotto e va. C'è un lato umano su cui puntare, cercano chi gli chieda come stai e stia poi davvero in ascolto».
Katherine Mölgg, dal Bartolomei: «Abbiamo rilevato il locale a fine luglio, mia mamma voleva mettersi in proprio, basta fare la dipendente. Il bar è bello, ben frequentato, abbiamo deciso di avventurarci, anche se ci vuole tanto coraggio ad aprire oggi: tempi tosti». Si è tenuto molto a mantenere le ricette storiche, come recita il cartello all'esterno. Basta una parola: castagnaccio. «La via non è così viva come un tempo, tanti anziani, negozietti di cinesi, manca un po' la vita, le attrazioni per chi viene da fuori. E sinceramente, a camminare sola la sera non mi sento sicura, girano personaggi strani».
L'edicolante Silvia Nössing è diplomatica: «Via Torino? È molto etnica». Personalmente, racconta, «chiudo un quarto d'ora prima degli altri: donna, sola, devo fare così. Abbiamo avuto problemi con gli spacciatori, prima li hanno sfrattati, poi sono tornati. C'è tutto un giro, non è colpa del sindaco, dobbiamo convivere con un problema che dovrebbe essere risolto a monte».
Roberto Facincani, della storica ottica aperta nel 1955 dal padre dopo 10 anni di pratica da Calderari. Lui è qui dal 1985. «Cambiato tanto. Prima era un quartiere con tutto: alimentari, abbigliamento, casalinghi. Si veniva anche da fuori. Poi sono arrivate le grandi catene e la gente si è spostata in città». Le tante famiglie delle case popolari «si sono dissolte, i figli sono andati a vivere altrove, sono rimasti gli anziani». Lo spaccio per ora gli pare non sia più un problema: «Hanno sfrattato finalmente chi faceva disastri, polizia non ne vediamo più. Per il resto, la zona è tranquilla, io non ho telecamere». Il Waltherpark, spaventa? «Avevamo notato un calo, per qualche mese, col Twenty, ora non mi pare ci siano grandi ripercussioni».
Massimo Less, giochi feste e dintorni, è qui da 5 anni, ma lavora dal 1991, prima a San Quirino, poi in corso Libertà: «Lavoro in calo, c'è niente da fare, sempre peggio. Internet, i siti cinesi, la roba arriva in un giorno, noi invece paghiamo le spese di spedizione. Tanti piccoli sono destinati a chiudere: gli affitti non calano, aiuti non se ne hanno». In tema sicurezza, «io chiudo alle 18, sono in un punto buio... E Confesercenti ci ha consigliato di chiudere le serrande anche in pausa pranzo».
La farmacista Lea Carlisi, genovese, è a Bolzano da tempo. «Sono qui dal 2010, ho visto il tracollo. Chiusi un sacco di negozi, ne ricordo solo uno: La Casalinga». Tanti cinesi, «per fortuna qualche bar è stato rilevato da albanesi, come il Warasin». Carlisi, abituata agli standard di una grande città, è impressionata: «C'è un ritorno, pazzesco, alla vendita di siringhe, quasi come a Genova negli anni '80. Eroina, coca perché pare costi meno. Da quando sono iniziati i lavori in zona stazione, si sono spostati qui. E il disagio, chi fornisce, chi usufruisce, non sono stranieri. Sono italiani». Altra storia, i furti, una costante, «ma lì i tossici non c'entrano. Lasciano le scatole, rubano le creme».