Troppi in smart working, bar e ristoranti soffrono 

L’appello di Confesercenti. Per tornare alla normalità servono turisti ma anche impiegati Molti locali non riaprono: «C’è chi ha un solo colpo in canna e aspetta l’autunno per spararlo»

di Davide Pasquali

Bolzano. Non mancano soltanto i turisti, per ridare ossigeno a bar e ristoranti chiusi nei mesi di lockdown e che ora stentano a ripartire. Occorre che gli uffici, specie quelli pubblici, tornino quanto prima a pieno regime, riportando i lavoratori in sede dopo mesi di smart working. È l’appello che lancia la Confesercenti, il cui direttore, Mirco Benetello, tiene a rimarcare anche due altri aspetti fondamentali: oltre a turisti e smart worker, per alimentare il solito giro mancano ancora i tanti che rimangono a loro volta a casa in cassa integrazione senza aver mai riiniziato a lavorare. E poi ci sono anche loro, i gestori. Tanti hanno riaperto, ma tanti altri ancora no. Il perché? «Hanno un solo colpo in canna. Se aprono adesso, in questo momento di incertezza, rischiano di non farcela».

Benetello ha colto positivamente l’annuncio da parte della Provincia che pian piano comincerà a ridurre lo smart working. «Eravamo pronti a fare pressioni in tal senso, per fortuna l’amministrazione provinciale ha dato questo segnale. Ora ci auguriamo che anche quella municipale segua l’esempio». Il problema riguarda tutto il centro, diciamo da ponte Druso verso est, a partire dall’Eurac, dove lo smart working pare la farà da padrone almeno fino a settembre.

«Il meccanismo dello smart working - chiarisce Benetello - è stato utile, necessario, indispensabile, ma adesso rappresenta uno dei principali problemi per il nostro settore». Niente colazione, pausa caffè, pranzo, come pure niente mezz’oretta di compere a mezzogiorno.

Tutti, prosegue, «dovremmo renderci conto che per tornare alla normalità dovremmo tornare a lavorare in ufficio, specie nel pubblico. Nel privato la quota di smart worker è nettamente inferiore, ma nel pubblico sono ancora tantissimi». Troppi.

E non è affatto un caso, allora, che tanti, tantissimi locali abbiano deciso di tenere ancora chiuso. «Hanno deciso di stringere i denti ancora per un po’, in questo momento difficile per tutti». Il motivo è presto detto. «Lo ha sintetizzato benissimo un esercente incontrato di recente. Mi ha detto: ho un solo colpo in canna, se sbaglio sono finito». Della serie, c’è ancora margine per rimanere chiusi e poi, fra due tre mesi, quando si spera che tutto o quasi sia tornato alla normalità, riaprire con un minimo di certezze. Il problema riguarda soprattutto le realtà più grandi, più strutturate. «È un ragionamento abbastanza diffuso: chi ha costi fissi elevati, ha valutato di non riaprire. Ora non è conveniente». Se hai tre, quattro, cinque dipendenti, «i flussi a fine mese devono garantire di poterli pagare, quei tre, quattro o cinque stipendi». Per carità, ci sono anche locali che stanno cominciando a lavorare bene, «ma per il ritorno alla vera normalità serve il concorso di tutti, pubblico e privati».