Cartelli di montagna solo in tedesco? «Senza regole chiare vince sempre l’arbitrio»
Questa estate è tornato il dibattito sulla segnaletica solo in tedesco. L’ex senatore rilancia la vecchia proposta di norma di attuazione: «Affidare al gruppo linguistico interessato la decisione se salvare un toponimo»
BOLZANO. «Rifugio Chiusa», che diventa, in un nuovissimo cartello Avs, soltanto «Klausnerhutte» - episodio segnalato da Alessandro Urzì - riapre il fronte da qualche settimana apparentemente quieto, della toponomastica di montagna. Quella più esposta all'arbitrio di chi installa una indicazione.
Quest'ultima, dunque, appare ancora come terra di nessuno. Meglio, è terra di quel qualcuno che decide per sé e per tutti. La ragione? Nessun atto normativo cui fare riferimento. Se non lo Statuto. Il quale, per converso, impone «l'obbligo della bilinguità dei toponimi».
Ma, ecco, lo sguardo del giurista: «Senza appigli normativi c'è il largo spazio dell'arbitrio», dice Francesco Palermo. E l'appiglio dovrebbe essere l'ufficializzazione dei nomi tedeschi, mai attuato per decisione non giuridica bensì pienamente politica. Dunque la questione non è, soprattutto nella cartellonistica dei sentieri, se quel nome solo in tedesco - maso, cima, torrente o valico - sia legittimato da un uso storico millenario (come infatti è oggettivamente e senza discussione), ma se l'aggiunta della traduzione (ufficiale) in italiano possa essere considerata obbligatoria, consuetudinaria, parzialmente sovrapponibile o negata tout court.
Dentro queste curve interpretative, ecco che occhieggia la polemica. Aggiunge Palermo: «Ad esempio, una procedura potrebbe disegnare un binario attuativo prendendo in considerazione un fatto tecnico: se chi installa i cartelli sia o meno finanziato con denaro pubblico. Se sì, dovrebbe rispettare il bilinguismo». Lo sono sia Avs, che ha una posizione conciliativa, che gli innumerevoli uffici turistici che invece agiscono caso per caso.
Come uscirne? «Direi, come prima obiezione, attuando l'indicazione statutaria che, peraltro, avrebbe bisogno dell'ufficializzazione dei toponimi tedeschi. Mai avvenuta». Per la ragione che tanti presidenti della Provincia, e continue prese di posizione Svp, hanno fatto riferimento all'accordo Fitto-Durnwalder ogniqualvolta si è presentata l'occasione. Una intesa, non scritta, che tendeva a temperare l'obbligo statutario (il bilinguismo perfetto) con il criterio dell'uso.
«Nomi diffusamente utilizzati», recita lo stesso. Con, in aggiunta, anche l'utilizzo del "buon senso". Più volte richiamato dal presidente Arno Kompatscher. Tuttavia, così l'obiezione di Palermo: «Anche questa intesa non ha alcuna ricaduta scritta e normatizzata nel concreto». Non possiede struttura di legge cioè. È in queste fenditure, tra ufficialità, ufficiosità, uso, consuetudine, decisioni non condivise, che anche la montagna ha dato il suo contributo in una discussione sulla toponomastica mai chiusasi e che si ripropone stancamente e stucchevolmente senza alcun progresso realistico. Finendo per concludersi spesso con «i nomi italiani sono di Tolomei, dunque fascisti», gettando così al macero decenni di onorevoli compromessi tra le migliori menti italiane e tedesche anche sul piano della convivenza e rischiando di stracciare pure lo Statuto che, se si inizia ad ignorarlo su passaggi decisivi, si rischia grosso in generale.
Quindi? «Se non si vuole perseguire la strada maestra della formalizzazione statutaria, che almeno di definisca una procedura» risponde Palermo. Il quale è stato, tra le altre cose, anche a capo della Commissione dei Sei in un frangente in cui una possibile intesa sulla toponomastica era ad una passo dall'essere consolidata in norma di attuazione. «Quello schema di allora tendeva a regolamentare la segnaletica sottraendola alla discrezionalità di un qualunque gestore fornendole invece una valenza pubblica». Era stata, allora, l'applicazione del "foglio bianco". Una commissione paritetica si sarebbe confrontata di volta in volta, dando facoltà al gruppo linguistico "toccato" da una possibile cancellazione di dare o meno il suo assenso. Spiega Palermo: «Se un italiano accetta la mono-denominazione di Laimburg, definendo Castel Varco una forzatura e soprattutto un nome mai in uso, allora l'italiano potrà scomparire».
Ecco, quello che il docente ed ex senatore, intende anche oggi per «strutturazione di una procedura». Che è un passo sotto alla ufficializzazione dei toponimi, ma ch almeno «offre una via d'uscita condivisa erga omnes ogni qualvolta ci si scontri con arbitrii dei singoli soggetti installatori di cartelli». Quella soluzione appena accennata allora, può, secondo Palermo, costituire un punto di riferimento anche oggi. Visto che nulla è cambiato e che la discussione finisce sempre e solo su Tolomei e il fascismo da una parte e sulla rigidità non binomistica dall'altro. «Allora ci fu l'opposizione di Roberto Bizzo a chiudere i varchi nei confronti di questa soluzione - ricorda Palermo - temendo la cancellazione di troppi nomi italiani».
E così non fu allegata alla norma in questione «la lista dei nomi» oggetto della mediazione. Tutto finì lì, con anche una spaccatura interna al Pd. In realtà, il fatto che oggi ci si trovi allo stesso punto di prima, spinge a credere che quello poteva essere un compromesso che salvava la condivisione e chiedeva soprattutto agli italiani di scegliere cosa e come togliere dal "bilinguismo perfetto". Dunque al soggetto "debole" che in quel caso diventava decisivo. «Basterebbe reinstallare una procedura e l'arbitrio non troverebbe spazio» conclude l'ex senatore.