Il processo

La riprende durante una chat erotica: condannato per pedopornografia

Un 20enne ha scattato foto intime ad una 15enne e le ha salvate sul pc. Durante la perquisizione trovate altre foto di minorenni La Procura ha chiesto una condanna di 7 anni e la detenzione in carcere. La tesi difensiva gli è valsa la riduzione della pena a un anno e 10 mesi


Aliosha Bona


BOLZANO. Si sono conosciuti online durante la pandemia. Lui, un 20enne altoatesino che vive e lavora a Bolzano. Lei, una 15enne residente fuori regione. Si sono collegati entrambi sullo stesso sito web per adulti che, a rotazione, mette in contatto i propri utenti con delle persone casuali in giro per il mondo. I due ragazzi hanno cominciato a "chattare", prima attraverso i messaggi e successivamente attivando la telecamera dei rispettivi computer.

Ad un certo punto, dopo diversi minuti di conversazione, avrebbero deciso di spogliarsi: è qui che il ragazzo, all'insaputa della giovane, le ha scattato delle fotografie che ha subito salvato all'interno del proprio pc portatile. Diversi mesi dopo la Polizia postale è riuscita ad arrivare al 20enne bolzanino perché considerato un utente abituale di quei siti internet vietati, di cui gli inquirenti monitorano giornalmente gli accessi. È stato perquisito a sorpresa.

Sul computer gli hanno trovato decine di foto, che lui stesso aveva scaricato, di bambini e ragazzini nudi. Tra queste immagini, anche quella della 15enne. Gravissimi i reati contestati dalla Procura: detenzione e produzione di materiale pedopornografico, che assieme prevedono una pena da 6 a 12 anni di reclusione. Il pubblico ministero, durante un processo fiume terminato solo in questi giorni, ha chiesto per l'imputato sette anni di reclusione. Il giudice gliene ha inflitti meno di due: esattamente un anno e dieci mesi. Una condanna che tra l'altro non prevede nemmeno un giorno di carcere.

Il giovane è stato difeso dagli avvocati Nicola Nettis e Corrado Faes: «Ho definito "draconiana" - spiega Nettis - la richiesta della Procura, anche se in linea con quanto prevede la legislatura. I 7 anni iniziali erano basati in particolar modo sulla produzione di materiale pornografico, e quindi sulle foto scattate alla giovane. Nell'arringa ci siamo confrontati sulle modalità con cui è avvenuto il fatto. C'è stato inganno, violenza o minaccia? Nulla di tutto ciò. Nel 2024 una pronuncia della Corte costituzionale dice che bisogna osservare come si è consumato il reato. In questo caso sono state riconosciute le circostanze attenuanti generiche e il fatto è stato considerato di minore gravità rispetto alla ricostruzione dell'accusa. In sostanza si è trattato di un episodio, non di un preciso e reiterato stile di vita».I rischi del web Della vicenda approdata nelle aule del Tribunale di Bolzano abbiamo parlato con Antonella Brighi, preside della Facoltà di Scienze della Formazione a Unibz, nonché esperta di cyberbullismo.

«Notiamo tanta ingenuità - sottolinea - da parte dei ragazzi nel divulgare i propri dati sensibili ed esporsi con il proprio viso, fidandosi di perfetti sconosciuti. Manca la consapevolezza che ciò che avviene online ha poi delle conseguenze nella vita reale. Purtroppo ci si accorge di essere vittime di revenge porn solo una volta che le immagini sono in giro. Ed è ormai troppo tardi». Il problema è educativo e culturale. Chi si deve occupare di insegnare ai ragazzi le trappole di internet? «Il problema più grande è che parlare di sessualità, a scuola e fuori, è considerato ancora un tabù. Tutti puntano il dito e dicono: "dovevi pensarci tu". Alla fine non se ne occupa nessuno. I genitori non lo fanno perché non vogliono invadere la sfera personale. La scuola nemmeno perché è considerato un terreno spinoso. Conviviamo con un vuoto educativo allucinante», conclude Antonella Brighi.













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