Sanità

Medici assunti con «patentino» falso: la Corte dei Conti rivuole gli stipendi

Dopo la richiesta di assoluzione in sede penale, chiesta la restituzione della intera retribuzione. A processo una anestesista e una rianimatrice



BOLZANO. Assunte dall'Asl altoatesina a tempo indeterminato anche grazie ai certificati di bilinguismo falsi presentati al concorso e poi per questo licenziate. Ora, dopo la richiesta di assoluzione in sede penale da parte del pm del Tribunale, la Procura della Corte dei Conti chiede a due dottoresse, specializzate rispettivamente in rianimazione e in anestesia, la restituzione dell'intera retribuzione (lorda) percepita grazie all'inganno perpetrato ai danni della sanità e della collettività altoatesine. Soltanto la punta dell'iceberg di una situazione davvero kafkiana, come emerso ieri mattina nel corso del dibattimento in aula.

In Alto Adige mancano medici, li si assume a tempo determinato senza che siano bilingui, poi si preme, in ogni modo, perché si regolarizzino, inizialmente in tre anni poi estesi a cinque. In molti casi, troppi, se ne sono contati a decine, chi non ce la fa a superare lo scoglio della certificazione tenta di risolvere per la via più breve: pagando per ottenere attestati falsi. Ora però, alle due dottoresse la collettività chiede la restituzione dei compensi lordi percepiti rispettivamente in undici e in cinque mesi di lavoro.

Nel primo caso, si tratta addirittura di circa 120 mila euro lordi. Compresa la quota versata all'Inps. Al di là della questione penale e dei singoli casi, alla Corte dei Conti è andata in scena un'udienza particolarmente illuminante, riguardo alla realtà attuale della sanità locale e alle difficoltà legate alla necessità di ottenere la certificazione di bilinguismo per garantirsi un contratto a tempo indeterminato.

I contro

Come evidenziato in aula dalla procuratrice Alessia Di Gregorio, in questo come in altri casi di recente evidenziati, si è trattato di un «grave episodio di falso».

Entrambe laureate e specializzate, le due professioniste, una addirittura nata a Bolzano e «quindi conscia della questione bilinguismo». Terminato il periodo a tempo determinato - l'Ue lo fissa in tre anni, portati a cinque dalla Provincia - avrebbero potuto proseguire come partite Iva, oppure nel privato, «ma hanno cercato di stabilizzarsi».

Il classico posto fisso, insomma. E se allora il pubblico ministero nel penale ha chiesto l'archiviazione, non così la procura della Corte dei Conti. Perché le due dottoresse, come da loro confessato apertamente, «sapevano di essersi affidate a un faccendiere per ottenere il pezzo di carta fasullo». Per Di Gregorio si ravvisa dunque il dolo. La procuratrice però, al di là dei due casi specifici, ha parlato di «falso ripugnante e inaccettabile».

Soprattutto perché vede protagonisti due medici, che per la collettività ricoprono un ruolo che dovrebbe essere legato per così dire a livelli di etica e morale estremamente elevati, dato che il paziente a loro affida se non sempre la vita quanto meno la propria salute. Persone di cui ci si dovrebbe fidare. 

I pro

Da contraltare, la presa di posizione dei due legali, Fulvio Fameli e Amanda Cheneri: le dottoresse, presentando il certificato falso, non hanno scavalcato nessuno in graduatoria; rendevano le medesime prestazioni anche prima; mai malattie; orari sempre rispettati; niente assenze ingiustificate.

Hanno sbagliato, questo è certo, ma agli avvocati pare fuori luogo chiedere indietro le intere retribuzioni, motivo per cui si è chiesto di limitarsi alla restituzione dell'indennità di bilinguismo, illecitamente percepita.

Al di là dei due singoli casi, sui quali ora la Corte prenderà una decisione presumibilmente nel corso delle prossime due settimane, rimane cristallina la ricostruzione portata soprattutto dall'avvocata Cheneri: quando c'era bisogno, durante la pandemia, che le due dottoresse lavorassero per l'Asl (già dal 2019), in condizioni estreme, anche quindici ore al giorno, sotto forte stress, andava tutto bene. Altrettanto chiaro, è che non sapessero il tedesco. Tre anni non erano bastati, per impararlo, e neppure la proroga a cinque anni.

E allora, nel 2024, si era cercato di risolvere altrimenti. Ma le due professioniste, si è chiarito, hanno collaborato, aiutando a ricostruire le dinamiche del raggiro. E allora, secondo l'articolo 131 bis del Codice penale, è stata loro riconosciuta la tenuità del fatto e quindi la non punibilità. E però, ora si chiedono loro indietro i soldi.

Gli avvocati hanno tenuto a far pesare che, in questo caso, il bene della collettività non è quello economico, bensì la salute. «Quante persone hanno salvato, le dottoresse, anche se prive di patentino?». Ora si attende la decisione della Corte.













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