La storia

«In Tibet con mia figlia ho visto Xi»

Marco e Agata Giongo nella Cina più profonda. L’ingegnere, responsabile tecnico di Meranarena, e un viaggio ai confini del mondo


Jimmy Milanese


MERANO. «Ho portato mia figlia a visitare la Cina, fino ai 5200 metri di altezza sulla catena himalayana, in Tibet». È questa l'impresa di Marco Giongo, responsabile tecnico di Meranarena e allenatore della squadra agonistica dell'Asd Merano Nuoto, assieme alla figlia diciassettenne Agata Giongo, nuotatrice agonista e studentessa al quinto anno presso il Liceo Linguistico.

Nato a Silandro, direttore tecnico del Cool Swim Meeting e della Fin Alto Adige, Giongo è un ingegnere civile ambientale che conosce bene la Cina, avendola visitata otto volte. La prima delle quali nel 1995, per scrivere la sua tesi di laurea sulle colate detritiche - smottamenti particolari dei versanti montuosi - presso la Chengdu University of Science and Technology. Una vera Odissea, il ritorno di Giongo in Cina questa estate, assieme alla figlia, per visitare Lhasa, la città eterna del Tibet.

Come è nata l'idea di andare in Cina con sua figlia?
Dai racconti in famiglia dei miei precedenti viaggi e, poi l'inverno scorso, quando l'ho proposto a mia figlia, subito entusiasta dell'idea. Il 14 agosto siano partiti da Monaco con scalo a Pechino, poi ancora in aereo a Kunming, al confine con il Vietnam. Da Kunming a Lhasa, capitale del Tibet, poi a Chengdu, dove da ragazzo avevo studiato, quindi a Sanya, sull'isola di Hainan, il punto più meridionale della Cina. Da Sanya, di nuovo a Pechino, poi tappa Shanghai con ritorno a Monaco.

Un viaggio organizzato?
Per nulla, abbiamo scelto noi le tappe, con meta principale Lhasa, che avevo già visto ma dove volevo portare mia figlia.

La Cina è pericolosa, per un occidentale?
Non c'è micro criminalità, ma sei tracciato ogni metro e percepisci costante la presenza della Polizia su di te. Questa volta molto di più, rispetto agli altri sette viaggi.

In che senso?
All'immigrazione ci hanno chiesto di tutto. Per entrare in Tibet, poi, è necessario anche un permesso speciale. Nel mese che siamo stati in Cina, non so quante volte ci hanno controllati.

Come si fa ad entrare in Tibet?
Oggi è difficile. Quando studiavo in Cina conobbi tale Mr. Chen. Aveva una agenzia viaggi che dava informazioni gratuite per turisti. Siamo diventati come fratelli. Poi, ci siamo persi di vista.

Come mai?
Con il suo business era stato vittima di minacce mafiose. È scomparso per tre anni, poi si è rifatto vivo, e mi ha raccontato di essere stato minacciato. Per paura era sparito. Da qualche tempo, se vuoi andare a Lhasa devi avere una guida che ti accompagna e un programma definito. Il permesso costa e spesso viene revocato quando sei a un passo per entrare nella regione. E nessuno ti spiega il motivo.

Come vivono i tibetani, oggi?
Un disastro. Nel 1996, la prima delle mie sei volte in Tibet, ho apprezzato il fatto che la popolazione locale fosse pacifica. Negli anni ho visto Lhasa cambiare in maniera studiata a tavolino dai cinesi. Hanno aperto la via ferroviaria che porta a Lhasa per fa arrivare più cinesi possibili. Chi tra loro sceglie di lavorare in Tibet riceve il doppio dello stipendio e benefit che nel resto della Cina non hanno. Il progetto è cinesizzare la cultura tibetana. Hanno anche cambiato il nome: in Cina non lo chiamano Tibet, ma Xizang.

La popolazione è oppressa?
I tibetani ora non sono liberi. Ad esempio, non possono andare all'estero. I templi sono presidiati, e prima non lo era mai stato. Senti la pressione della polizia e dell'esercito cinese. Eravamo a Lhasa in un momento davvero speciale.

Sarebbe?
In occasione del 60° anniversario della proclamazione della provincia "autonoma" tibetana. Scriva tra virgolette, la parola autonoma, per favore. In arrivo c'era il presidente Xi Jinping. Nella piazza principale di Lhasa, davanti al Potala Palace, residenza del Dalai Lama prima dell'esilio, hanno organizzato una parata militare.

Cosa ha detto Xi?
Volevo capire cosa dicesse, ma la mia guida tibetana 24enne Arbu mi ha redarguito. In Tibet il nome di Xi non si può pronunciare, né nel bene né nel male. E con tutta la polizia che c'era in giro...

Cosa avete fatto in Tibet?
Tra le altre cose, dopo diciannove anni ho ritrovato una amica monaca tibetana che avevo conosciuto nel 1997, poi finita nelle maglie della giustizia cinese. Siamo andati a mangiare in un ristorante ma ogni volta che entrava un cinese si bloccava. Era la paura.

Come si vive a Lhasa?
Lhasa si trova a 3700 metri di quota, dove non è facile adattarsi, per chi non è abituato. Questo comporta che ogni disagio fisico e psicologico si accentua. A questo si aggiunge il fatto che il controllo della polizia è costante.

Ha incontrato la spiritualità del posto?
Anche l'offesa portata dai turisti cinesi, con la mania di fotografare tutto. Nei luoghi più sacri per i tibetani, dove i fedeli fanno pellegrinaggi prostrandosi, per i turisti vengono organizzati fotoshooting con costume tibetano fake e make up cinematografico, a due metri da chi è lì per pregare.

Lei ha studiato in Cina, giusto?
A Chengdu, che conoscevo meglio di Bolzano. Nel 1995 aveva 10 milioni di abitanti, adesso sono arrivati a 21. Una delle città più moderne al mondo. A Chendu ho incontrato il mio relatore di tesi e successivamente siamo andati sull'isola di Hainan, appena investita da un urgano.

E cosa ha trovato?
Viali alberati completamente distrutti, ma i cinesi sono un popolo laborioso e dopo poche ore erano già lì a rimettere tutto a posto. Città avanzatissime, dal punto di vista tecnologico.

Ad esempio?
Il navigatore è connesso con la rete semaforica della Cina e ti spiega non solo quanti semafori incontrerai nel tuo viaggio, ma anche la durata del rosso o del verde. Chengdu ha due aeroporti super moderni, dove ci sono immense isole verdi, al suo interno. La sensibilità cinese verso l'ambiente sta crescendo.

Da ingegnere, cosa dice dell'architettura cinese nelle grandi città?
I più grandi studi di architettura al mondo sono li. La nostra stanza a Shanghai era all'81esimo piano. Trovi soluzioni architettoniche unite a tecnologie ingegneristiche che permettono di dare luce alle idee più fantasiose. Lo stadio di Pechino è a nido d'uccello. Solo pochi anni fa non sarebbe stato tecnicamente possibile realizzarlo. La piscina olimpionica di Pechino esternamente sembra un ammasso di schiuma. Una bella idea ma complicatissima da realizzare.

E il ritorno?
Ancora un'allerta meteo, il 14esimo tifone della stagione in arrivo poche ore prima della partenza, vissuto in una stanza di hotel a 100 metri di altezza che dava direttamente sull'oceano Pacifico!













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