«Solland, un piano preordinato per chiudere la fabbrica» 

Parlano due dipendenti storici. Fiorenzo Dalla Torre e Patrizio Indeo furono i primi a piantare la tenda del 2011 «Un errore colossale rinunciare ad un silicio di qualità eccellente. Il sindaco? Sulla sicurezza non ha detto la verità»

di Massimiliano Bona

Merano. Fiorenzo Dalla Torre e Patrizio Indeo a Sinigo sono due istituzioni, o quasi. Il primo ha 65 anni, di cui 39 trascorsi in fabbrica ed è in pensione da 6, il secondo ne ha 64, di cui 38 di lavoro ed è andato in pensione nella tribolata era Pugliese. Sono venuti all’Alto Adige a raccontare la loro verità sulla Solland, dove c’è ancora il figlio di Dalla Torre. «Lì hanno lavorato anche mio padre e mio nonno. Siamo alla quarta generazione», racconta fiero.

«Un piano preordinato per cancellare un pezzo di italianità».

«La fabbrica di Sinigo produceva il miglior silicio d’Europa e il secondo al mondo per qualità. Anche adesso che stanno svuotando i silani il prodotto è stato giudicato eccelso. Lo dicono i dati, non certo noi. I quatarioti, ma anche gli altri gruppi stranieri (inglese compresi), ne erano perfettamente consapevoli. E avrebbero investito qui somme incredibili, ma si sono trovati davanti ad un muro di scetticismo e ostilità. Siamo convinti da tempo che ci sia un piano preordinato per chiudere la Solland. Penso al sindaco di Merano ma anche ai vertici della Provincia che hanno messo in fuga una lunga serie di investitori. È un pezzo di italianità che se ne va e molti, purtroppo, ne sono contenti. Sinigo una volta era una frazione, poi è stata declassata a quartiere e oggi non può nemmeno decidere il suo futuro».

L’incidente e la sicurezza.

Il sindaco Rösch, in una lettera al ministero, nel maggio scorso ha chiesto di chiudere la fabbrica. Anche per un incendio scoppiato nel 1998. «La città e i suoi abitanti - ha scritto Rösch – ricordano ancora bene quando, nel 1998, un incendio scoppiato all'interno dello stabilimento fece scattare un allarme chimico e ai meranesi venne raccomandato di rimanere nelle loro case e chiudere le finestre. Non parlo di incidenti solo per polemizzare o diffondere il panico». Dura la replica di Dalla Torre e Indeo.

«Non ci fu alcun incendio, ma uno sversamento, con il fumo provocato da un errore di valutazione dei vigili del fuoco volontari. Poi sono stati debitamente istruiti e oggi, a giudizio della Protezione civile, la Solland è la fabbrica più sicura della Provincia. Ha un back-up (il sistema ridondante ndr) che ne aumenta l’affidabilità per garantire la tutela delle persone e degli impianti e la continuità della produzione».

L’obbligo di bonifica «come una clausola capestro».

«L’obbligo di bonifica ha allontanato almeno una decina di gruppi internazionali realmente interessati al rilancio. Ed è spuntato con l’avvento di Pugliese nel 2014. Le sei aste, che imponevano oneri pesantissimi ai potenziali compratori, sono state fasulle o quasi. L’intento di fondo è sempre stato quello di far chiudere la Solland. Un tempo questa fabbrica produceva un terzo dell’energia dell’Alto Adige e nelle casse provinciali entravano decine di milioni di euro di tasse l’anno. I politici, locali e provinciali, sembrano averlo già dimenticato perché fa comodo non dirle certe cose». L’area da bonificare - secondo Dalla Torre e Indeo - è decisamente inferiore a quanto indicato. «Mappe alla mano si tratta del gasometro, del policristallo A, della palazzina della direzione con il laboratorio e dei capannoni usati per serbatoi e stoccaggio».

L’ultima speranza: un nuovo intervento del Mise.

«Confidiamo in un nuovo intervento del Mise, che potrebbe dichiarare Solland fabbrica strategica. Se i 58 operai rimasti hanno ancora qualche chance lo devono ad Urzì e Adriana Valle. Gli altri si sono dimenticati di Sinigo, degli operai e dell’italianità di questa terra».

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