Persone e storie

«Noi siamo leggenda. I ladini alle Olimpiadi»

Susy Rottonara presidia la sede della Formazione e Cultura ladina di via Bottai. Ha inventato Wikipedia ladina


Paolo Campostrini


BOLZANO. C'è un posto a Bolzano dove il ladino è la prima lingua. Si entra al civico 29 di via Bottai e si sale. Probabile che a salutarvi appaia Susy Rottonara. «Non Susanna, prego, nel registro della chiesa sono scritta così». Volontà di papà Lois, che a sua volta si fa chiamare "Rott" perché dipinge, e di mamma Elsa. Lei è di Milano, docente di lettere, lui di La Villa. Si sono conosciuti un'estate, in vacanza. Tempo pochi mesi erano sposati. Succede spesso in valle. Susy presidia la sede della formazione e cultura ladina. Ultimamente ha fatto un paio di cose importanti. Partiamo da una: «Abbiamo presentato all'Unesco la candidatura delle leggende ladine a patrimonio immateriale dell'umanità. Curo l'iter». Dice niente. Poi: «Stiamo portando la Ladinia e il ladino nel bel mezzo delle Olimpiadi culturali 2026». Traduzione: si tratta di tutti quei vasti allegati che affiancheranno i Giochi aggiungendovi eventi, spettacoli e mostre. All'ultima Milano fashion week c'era lei a far indossare alle giornaliste che venivano da ovunque i grembiuli della tradizione. Sta ferma giusto quando dorme. È una funzionaria provinciale addetta a tutto quello che è ladino e docente di musica - diploma al Conservatorio in canto e pianoforte - ma è una sorta di ambasciatrice in pectore della sua cultura. Ultima cosa da dire su di lei: ha inventato Wikipedia ladina. Uno apre il computer e appare: "enziclopedia ledia". Con la dieresi. E via.

Spieghiamolo meglio, Susy Rottonara,  wikipedia in ladino
Ci voleva. Ci sono dati, storie, nomi e cognomi, politica e natura. E leggende. Non è stato facile ma adesso c'è.

Leggende?
Ecco, uno non ci crede, fuori da noi ma sono uno dei cardini della nostra cultura. Mi occupo principalmente di loro. E loro sono dentro la nostra candidatura a patrimonio Unesco.

Perché così al centro, non sono solo favole?

Beh, proprio no. Dentro le leggende c'è l'anima di un popolo. È stato, per secoli, il modo per trasmettere chi siamo. A Milano c'è ora una installazione che le riguarda. Per far capire cosa rappresentano, alla fashion week, si sono preparati grembiuli che le raccontano. Da indossare su tutto, preciso.
E per le Olimpiadi?

Saranno il nostro messaggio culturale. Poche settimane fa ero a Cortina, ho presentato "Merisana e l'incanto dei fiori".

Cosa c'è dentro questa tradizione, all'inizio soprattutto orale?
Partiamo dalla principale, la leggenda di Fanes. C'è una straordinaria centralità femminile innanzitutto. Il regno lo distrugge un uomo, un falso re. E lo fa perchè non vuole la pace. Dolasilla, invece, abita nel lago di Braies ed è lei, dopo la morte del regno, a preservarne prima la memoria e poi la speranza nel suo ritorno. Del regno, intendo, non del re.

Sembra una Odissea ladina
C'è infatti tutto il senso del nostro vivere in quelle valli. Partendo dal rapporto con la natura. Che va preservato e protetto. Tanto che la leggenda si chiude con la prospettiva del "tempo promesso".

Che sarebbe?
Il regno tornerà se sarà un regno di pace e di rispetto del creato".Un manifesto che potremmo, noi tutti, leggerci un programma politico e umano per oggi no?Sta qui la straordinaria attualità delle nostre leggende. Il loro messaggio è per il tempo presente e per quello futuro. Natura, pace, accoglienza e sguardo femminile restano la nostra speranza".
Per questo avete messo le leggende sia nel dossier della candidatura Unesco che per le Olimpiadi?
Tra i tanti elementi della nostra cultura, restano centrali. E ci raccontano.
Lei abita a Bolzano?
Sì. E ci lavoro. Ma poi salgo in valle, lì c'è la vecchia casa prima di mio nonno e ora di mio papà. Che ha 86 anni e lavora ancora. È a Marin, un luogo storico di La Villa. A proposito di storia, mio nonno Vijo è stato uno dei primi fotografi badioti. Solo ultimamente si è riusciti a scannerizzare le sue lastre. Ne è uscito un documento straordinario che traccia la storia di una intera valle, tra volti e case. Il libro che le illustra sta qui, nella biblioteca del nostro centro.

A proposito di Badia, che ladino si parla lassù?

Il Badiot. Che tuttavia è solo uno dei cinque idiomi ladini.

E vi capite?

Eccome. Poi è stato concordato il Dolomitan, che li tiene insieme.

Una sorta di esperanto ladino?

No, è diverso. L'esperanto è artificiale. Il ladino invece è un popolo e una lingua con delle varianti. Basta mettersi d'accordo quando si scrive.

La scuola ladina è quasi sempre portata ad esempio come scuola ideale per la convivenza con la sua trilinguità. È esportabile?

A Bolzano, ad esempio..Occorre stare attenti. Cambiando il contesto le cose non sempre combaciano. E' una prospettiva la nostra scuola, ma da noi serve che l'insegnante di connessione tra le lingue sia e parli ladino.

Quanti sono i ladini a Bolzano?

Tanti. Penso migliaia. Ma parlano tedesco o italiano indifferentemente, si mischiano. Tanti lavorano e ci abitano, altri vanno su e giù.

Altri progetti?

Quello che si chiama, appunto, "Bolzano incontra la Ladinia". Serve a capirci e a capirsi di più.













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