Personaggi

Dalle origini calabresi al maso con gli animali: un medico a Verdines 

Domenico Bossio ha deciso di stabilirsi a Scena “sulle orme” dell’arciduca Giovanni d’Austria 


Silvano Faggioni


SCENA. È cresciuto a ribollita, fegatini e deliziosi cantucci. Fino all'età di otto anni parlava solo l'italiano, o meglio il fiorentino. Giovanni Battista Giuseppe Fabiano Sebastiano era nato a Firenze nel 1782 ed era stato battezzato in Duomo con quella sfilza di nomi, di cui i primi due sono quelli del patrono della città. Era figlio del granduca di Toscana Pietro Leopoldo e nipote della famosa Maria Teresa d'Austria. All'età di otto anni dovette lasciare Firenze per Vienna, in quanto il padre era stato proclamato imperatore del Sacro romano impero. A Vienna due precettori illustri gli insegnarono il tedesco e il francese. Oggi Giovanni Battista, alias l'arciduca Johann von Österreich, riposa in pace nell'incredibile mausoleo neogotico di Scena, paese di tremila abitanti situato sulla collina che sovrasta Merano.

Giovanni Battista è sicuramente l' “italiano” più famoso nella storia di Scena. La vita dell'arciduca merita di essere raccontata. Lo faremo dopo, perché intanto parliamo un attimo degli italiani che vivono oggi a Scena. Sono decisamente pochi, meno di una cinquantina. Tra di essi, però, c'è un personaggio che vale la pena presentare. Si chiama Domenico Bossio, è un medico con lo studio a Lana e un maso a Verdines, frazione di Scena. La storia di Bossio è in un certo senso speculare rispetto a quella dell'arciduca. Di origini calabresi, Bossio è infatti cresciuto a Colonia, in un mondo tedesco, fino al momento di approdare all'università di Bologna. Una volta laureato, ha fatto ritorno in un mondo più tedesco che italiano, ovvero quello altoatesino. «Pochissimo tempo dopo aver conseguito la laurea – racconta Bossio- mi capitò l'occasione di sostituire un medico di base in val d'Ultimo. Fu una bella esperienza. Tra l'altro ebbi la fortuna di conoscere un grande personaggio come Giancarlo Godio».

Il racconto.

«Non avevo certo problemi a parlare il tedesco – sottolinea Bossio - caso mai i primi tempi avevo un po' di difficoltà con il dialetto locale. Ma ci misi ben poco a focalizzare le parole più importanti. Il vero tedesco lo conoscevo forse meglio dei miei pazienti!».

Dopo l'esperienza in val d'Ultimo, Domenico Bossio si trasferì nella zona di San Felice in alta val di Non. «Sono sempre stato accettato senza riserve o pregiudizi. Certo, saper dialogare con i pazienti nella loro lingua mi ha aiutato moltissimo». Da una ventina di anni esercita a Lana. I suoi pazienti sono nella stragrande maggioranza di lingua tedesca e il rapporto con essi, cordiale e collaborativo, è basato comunque sul riconoscimento, da parte di essi, della sua serietà professionale.

Domenico Bossio è giunto a Scena, o meglio a Verdines, neanche un anno fa. Una scelta di vita, un sogno da coronare. Acquistare un maso con terreno e realizzare una fattoria con tanti animali. «Vivo in un paradiso, anche se sono ancora in fase di... assestamento. Per gli abitanti di Scena sono un fantasma, ma presto cercherò di conoscere il paese, soprattutto la sua storia, che deve essere davvero interessante!»

Unico italiano.

Nella frazione di Verdines, che conta circa 400 abitanti, Bossio è l'unico italiano. Il suo maso è circondato da sei ettari e mezzo di terreno, in cui fa crescere l'erba per i suoi animali, un paio di cavalli, due asinelli , tre capre eccetera... «Il primo contatto, in questa nuova realtà - racconta - è stato con i vicini di casa e poteva diventare poco simpatico, se non fosse per il mio carattere aperto e schietto». Un vicino voleva infatti delimitare ufficialmente i confini, una cosa che in certi casi può far nascere conflitti. «Per evitare inutili tensioni, - aggiunge Bossio - agli operai che stavano misurando le aree dissi che dei trenta o cinquanta centimetri in più o in meno non me ne poteva fregare nulla». Un atteggiamento che in un certo senso ha sorpreso un po' tutto il vicinato, che si è messo subito a disposizione per eventuali necessità. «Oggi mi danno una mano per raccogliere il fieno, io non sono un contadino e non ho gli attrezzi adeguati. E io ricambio in qualche modo, si sa, una mano lava l'altra, e così se loro hanno bisogno di qualche consiglio medico o di qualche piacere mi rendo subito disponibile».

L’arciduca.

Ma torniamo indietro nel tempo e parliamo ancora dell'arciduca Giovanni Battista. Come detto, nacque a Firenze. Le cronache parlano di un'infanzia felice. D'altronde poteva contare su un gran numero di fratelli e sorelle (alla fine saranno sedici in tutto). E appare chiaro che i genitori non è che potessero dedicare chissà quanto tempo ad ognuno di loro. Quindi anche il piccolo Giovanni Battista crebbe circondato da badanti, precettori e amichetti toscani. E così la lingua che apprese subito fu quella italiana, con la cadenza fiorentina.

La madre era Maria Luisa di Borbone Spagna, nata e cresciuta a Napoli, in grado di parlare italiano, spagnolo e francese (i nobili lo conoscevano quasi tutti). Quindi in casa il granduca di Toscana e la gentile consorte parlavano per lo più italiano, anche perchè il padre di Giovanni Battista lo aveva imparato già a Vienna, sapendo che prima o poi sarebbe diventato granduca di Toscana. Alla corte di Firenze, a quanto pare, non mancavano a tavola alcune specialità tipiche della regione. Addirittura non si disdegnava neppure lo street-food per eccellenza, ovvero il lampredotto, una specie di trippa. E di certo non poteva mancare il mitico castagnaccio. Insomma Giovanni Battista ebbe un'infanzia decisamente toscana.

A Vienna il futuro granduca Johann von Österreich venne invece istruito ed educato alla maniera asburgica. A diciotto anni intraprese la carriera militare, partecipando a varie campagne belliche, con più lode che infamia. Ma i suoi interessi erano proiettati altrove. Giovanni era appassionato di scienze naturali, agricoltura e ambiente, in particolare quello alpino. Per la cronaca riuscì a scalare l'Ortles nel settembre del 1804.

Al cuor non si comanda.

Pur essendo un uomo brillante, colto e sensibile, l'arciduca Johann , all'età di 47 anni, la combinò grossa: si innamorò infatti della figlia di un postino, Anna Plochl, e se la sposò. Apriti cielo! Non era mai successo che un Asburgo d'alto loco cadesse “così in basso”. Johann venne subito tagliato fuori dal giro della nobiltà. Ci mise poi una pezza , nel 1834, l'imperatore Francesco II, che era suo fratello maggiore, conferendo il titolo di baronessa alla moglie Anna. Dieci anni dopo la Plochl venne nominata addirittura “contessa di Merano”. Un titolo che con la città di Merano non aveva nulla a che fare.

Nel 1845 l'arciduca Johann acquistò a Scena il famoso castello, eretto cinque secoli prima, all'epoca di Margarethe von Maultasch (quella di Castel Tirolo). Johann e la moglie lo frequentarono sporadicamente , anche perchè la residenza ufficiale era a Graz, dove l'arciduca era molto impegnato a tutti i livelli. Diede lui il via, tra l'altro, alla costruzione della linea ferroviaria Vienna-Trieste. Per quanto riguarda il Tirolo, l'arciduca Johann inaugurò nel 1838 la famosa fortezza di... Fortezza. Non solo. Riuscì a sistemare gli argini dell'Adige e del Passirio, nonché a bonificare la pianura da Merano sino a Mezzocorona. Insomma un grande uomo votato alla difesa dell'ambiente.

Erzherzog Johann von Österreich morì a Graz nel 1859. Qui le spoglie rimasero per dieci anni, fino a quando non venne completata la costruzione del mausoleo di Scena, voluta dal figlio Francesco , conte di Merano. Da 1869 l'Erzherzog Johann riposa qui assieme alla moglie e agli eredi. I conti di Merano sono ancora i proprietari del castello di Scena, che merita una visita per i tanti oggetti di valore che espone e in particolare per la raccolta, unica nel suo genere, di documenti e immagini su Andreas Hofer, di cui l'arciduca Giovanni fu da giovane ammiratore e sostenitore. Una visita da consigliare assolutamente ai turisti toscani è quella al mausoleo neogotico, dove è sepolto Giovanni Battista. Chissà che magari qualcuno non senta dall'aldilà una voce che intoni “...la porti un bacione a Firenze”!

















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