Rinchiuse in manicomio Mostra choc al Museo delle donne

Merano. Sono i loro volti, a lasciare sbigottiti. Volti di donne rinchiuse nei manicomi italiani tra la fine dell'Ottocento e gli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso. Questo il tema della...

Merano. Sono i loro volti, a lasciare sbigottiti. Volti di donne rinchiuse nei manicomi italiani tra la fine dell'Ottocento e gli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso. Questo il tema della mostra “I fiori del male – Donne in manicomio nel regime fascista”, a cura degli storici Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante, aperta fino al 27 marzo al Museo delle Donne di via Mainardo.

Una mostra fotografica e documentale partita da un lavoro di ricerca sulle cartelle cliniche dell'ex Ospedale psichiatrico di Teramo, poi allargata ai 65 manicomi italiani, alcuni dei quali ancora in funzione fino alla decisione del governo Berlusconi che nella finanziaria del 1994, eseguita poi dal governo Prodi due anni dopo, decretava la chiusura definitiva di questo tipo di strutture. Volti di donne incarcerate per i motivi più svariati che oggi condannerebbero all'internamento almeno un quarto della popolazione. Perché, è bene ricordarlo, quando una donna deviava sensibilmente da quelli che erano definiti i canoni comportamentali che la volevano amorevole e sottomessa con il marito, dedita alla cura della casa e devota alla riproduzione della specie, ecco, per la donna molto spesso si aprivano le porte del manicomio. Donne sottratte alla società che, spiega Di Sante, «in buona parte provenivano da ambienti rurali, poveri, nei quali era facile venire tacciati di immoralità, molto spesso associata a una qualche forma di pazzia». Sono oltre 4000 le cartelle cliniche prese in esame dai due ricercatori, aggiunge Valeriano, «nelle quali non si descrive soltanto le condizioni per le quali le donne venivano internate, ma anche l'immagine stereotipata della donna per come doveva apparire nella società». Quindi, donne giudicate pazze proprio perché patologicamente accusate di non volere svolgere i ruoli e le funzioni della donna madre/casalinga. Un’idea poi ripresa dalla dottrina fascista che condannava socialmente quelle donne incapaci di essere “madri assolute”. Questa la cruda definizione, con la quale si sottintendeva e richiedeva a giovani ragazze di sviluppare un forte “istinto materno” per la proliferazione della specie e una assoluta assuefazione alla volontà morale dell'uomo. Gelosie verso il proprio marito, voglia di girovagare, mancanza di “istinto riproduttivo” erano motivo sufficiente per chiedere l'internamento, molto spesso accolto e ancora più spesso richiesto dalle autorità ecclesiali, le quali in alcuni casi gestivano in proprio le strutture psichiatriche.

«La paziente – Rosa Giulia – confessa di non avere più l'amore di una volta per il marito», appare nella cartella clinica di una donna trentatreenne, il cui viso immortalato nella crudezza del bianco/nero ben rappresenta le grida mute di tutte le donne sottomesse e incarcerate. Donne private della libertà di esistere con la complicità di dottori come il celebre Cesare Lombroso, il quale scriveva pubblicava un volume su “La donna delinquente, la prostituta e la donna normale”, ipotizzando, tra l'altro, che l'andare in bici avrebbe portato alla delinquenza.

Una mostra, quindi, che spiega anche, e forse soprattutto, come gli stessi medici coltivassero una attenzione morbosa nei confronti dei corpi femminili, le cui manifestazioni fisiche, oggi chiamate fisiologiche, potevano facilmente essere interpretate come sintomo di pazzia. E allo stesso tempo, corpi di giovani donne che venivano facilmente martoriati, smembrati, quando non abusati. Insomma, luoghi, i manicomi, più che custodi, fabbrica di follia, in una società attraversata da un ventennio fascista che non ha fatto altro se non utilizzare la questione della razza per segregare la donna a un ruolo e a una funzione che, in alcuni casi e in alcuni luoghi del mondo, ancora determinano la “normalità” dei comportamenti. J.M.