Gli orti, identità di Bolzano: lo storico Delle Donne e quel pezzo di storia cittadina
Lo storico Giorgio Delle Donne spiega come gli orti delle Semirurali servirono a rendere più morbido l’arrivo a Bolzano per i contadini del Polesine, facendo loro ritrovare una realtà rurale
BOLZANO. Ci sono gli orti. Poi, ci sono gli orti a Bolzano. E qui la questione passa dal terreno della botanica a quello della politica. Condita da una visione socio-identitaria che solo in questa città ha assunto il significato che, tempo dopo, gli si è attribuito. Ad esempio, gli orti delle Semirurali.
“Si trattava di rendere morbido l’arrivo dei contadini del Polesine nella nuova città provando a far loro trovare quella realtà rurale da cui provenivano”, spiega lo storico Giorgio Delle Donne. Perché gli uomini, la mattina, andavano a lavorare in Zona chiamati dalle sirene delle fabbriche lì vicino, mentre mamme e nonne si mettevano a zappare uno spicchio di terra vicino alle case per coltivare quello che poi sarebbe stato fatto trovare in tavola. In una riedizione il più possibile fedele dei ritmi delle esistenza da cui erano stati tolti.
Si dovevano conciliare le nuove esigenze di industrializzazione di quella che stava diventando la capitale della provincia appena conquistata con una italianizzazione del territorio capace di far passare chi giungeva dallo status contadino a quello di cittadino. Il più possibile senza traumi. E questo per alimentare il consenso di chi diventava strumento di questa politica.
Gli orti, dunque, non erano solo abbellimento di un quartiere in espansione ma elemento strategico con funzioni socio-politiche precise. Lo snodo entro cui far passare una strategia. Tutto questo non era necessario in altri quadranti urbani. L’addizione piacentiniana poco oltre ponte Talvera, per dirne una, era composta di palazzi razionalisti pronti per accogliere la classe media, quella destinata alle professioni liberali o al ceto impiegatizio e dirigenziale dei nuovi apparati amministrativi che stavano sorgendo col tribunale, poco oltre corso Libertà, gli uffici finanziari, il Corpo d’Armata con i suoi molti ufficiali, gli edifici destinati agli uffici.
Lì non servivano gli orti. Non c’erano contadini da far atterrare morbidamente in una realtà sconosciuta. Ed è così che altri giardini domestici venivano approntati nei quartieri ma anche nelle abitazioni di ferrovieri, oppure anche a Sinigo, l’addizione meranese sull’asse realizzativo delle Semirurali.
Ed è così che l’orto urbano, in quel contesto, può anche oggi essere inserito dentro i simboli della comunità italiana di Bolzano. Laddove hanno costituito un elemento funzionale allo stesso insediamento intorno agli anni Trenta e successivi, nel quadro di un’operazione molto complessa di ridisegno degli stessi equilibri etnici.
Questa epopea è entrata in un film, il cui titolo, “Là dove c’era l’orto”, riecheggiando la canzone di Celentano, rimette in circolo immagini e testimonianze. Il docufilm diretto da Silvano Faggioni anni fa - era il 2001 - venne offerto insieme all’Alto Adige in una operazione commerciale con forti contenuti di supporto storico-culturale, tra immagini tratte dall’Istituto Luce, dalle Settimane Incom, i cui servizi anticipavano nelle sale la proiezione del film.
L’interesse per la questione è testimoniato dal fatto che il giorno in cui il nostro giornale uscì con quell’inedito allegato in vhs, raggiunse un record di vendite. Ora, quell’opera viene riproposta. Accade all’interno della stagione dell’ “Arte del far ridere” di Sandro Forcato e la proiezione è prevista per oggi, sabato 7 marzo alle ore 18 all’auditorium Roen di Bolzano.
A commentare immagini e parole sono stati chiamati Giorgio Delle Donne, storico e scrittore, con Silvano Faggioni, giornalista e opinionista dell’Alto Adige. Tutti e due vantano una profonda conoscenza di quel contesto sia storico che politico e proveranno ad inquadrare la vicenda degli orti urbani all’interno di una temperie anche sociale che ha visto la città espandersi in modo tumultuoso raggiungendo la dimensione che oggi conosciamo dall’essere stata, prima, un nucleo di poco più di 30mila abitanti. p.ca.