«Il comico mette in discussione il potere» 

Bolzano, Gino Ruozzi, docente di Letteratura Italiana a Bologna, oggi pomeriggio al liceo “Carducci”


di Giovanni Accardo


BOLZANO. «Nella nostra letteratura le radici del comico sono profonde e altissime, basti pensare a Dante e a Boccaccio, che hanno influito sull’intera tradizione letteraria occidentale. Il comico capovolge le situazioni, abbassa e a volte azzera la presunzione, ha quindi il ruolo di richiamarci alla sostanziale precarietà e ai limiti della nostra vita. Ridere di noi fa sempre bene, aiuta a sentirci meno vanitosi.» Così Gino Ruozzi, docente di Letteratura italiana all’Università di Bologna, nell’intervista che segue presenta la lezione sul racconto comico nella letteratura italiana che terrà oggi, giovedì 31 gennaio, alle ore 18 nell’aula magna del liceo classico “Carducci” di Bolzano. L’iniziativa rientra nel ciclo di incontri del Seminario Internazionale sul Romanzo organizzato dal Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento ed è aperta a tutti gli interessati; per gli insegnanti vale come corso di aggiornamento.

Qual è la funzione del comico all’interno della letteratura?

«Il comico mette in discussione soprattutto l’orgoglio del potere, che infatti lo ama poco. Non a caso è stato tollerato ma rinchiuso in un periodo particolare e circoscritto come il carnevale. Una settimana di totale capovolgimento (comunque controllato) delle gerarchie sociali dopo di che si torna alla serietà e all’ordine quotidiano. Dante è stato un comico potente, i suoi diavoli caricaturali sono inarrivabili. Boccaccio nel Decameron ha intrecciato comico e tragico, il piacere del divertimento e il dramma della peste. L’onesta brigata di ragazze e ragazzi che si rifugia poco fuori Firenze per proteggersi dal contagio ha bisogno di ridere».

Quali sono i principali generi letterari della comicità?

«Il comico ha trovato un genere congeniale nella novella, all’esempio strepitoso di Boccaccio è seguito nel Cinquecento quello di Matteo Bandello, noto per una quantità di racconti basati su giochi e scherzi ma anche per la storia di Romeo e Giulietta poi ripresa da Shakespeare. Un altro genere che nella nostra letteratura ha dato un grande contributo al riso e alla comicità è stato quello dei poemi cavallereschi. Nel Quattro e Cinquecento Pulci, Boiardo, Ariosto hanno messo spesso in ridicolo l’eroismo cavalleresco medievale, lo hanno ribaltato in figure ridicole come quelle dei giganti o in cavalieri come Astolfo che è tutt’altro che un eroe e vince molti dei propri duelli rocamboleschi per fortuna e per caso. Anticipa eroi comici contemporanei come Indiana Jones. Da qui si è sviluppata una lunga serie di poemi eroicomici come “La secchia rapita” di Alessandro Tassoni. In queste prospettive ed evoluzioni multiple si pensi al “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais e al “Don Chisciotte” di Cervantes. La poesia carnevalesca praticata da Lorenzo de’ Medici e Francesco Berni ha fornito altri felici esempi».

C’è un legame tra comico e funzione civile?

«Comico e ironico sovente si intrecciano, così come la satira che ridendo prende di mira e castiga i costumi. Pensiamo a Orazio, Giovenale, Marziale, ad Aristofane e a Luciano. I modelli classici sono molti. Nel nostro Settecento spicca Giuseppe Parini, che soprattutto nel “Giorno” ha preso in giro la vita scioperata dei nobili. In quest’ottica la funzione civile e didattica del comico è molto significativa».

Ma è soprattutto nel ‘900 che nelle sue varie forme il comico si dispiega.

«Chiaramente nel Novecento le voci comiche si sono moltiplicate anche grazie al cinema, che ha dato grandissimo impulso alla comicità, enfatizzando con la velocità delle immagini in movimento l’effetto sorpresa. Noi ridiamo quando siamo colti di sorpresa e siamo di fronte a situazioni impreviste. Achille Campanile e Marcello Marchesi sono stati dei maestri straordinari e hanno coniugato le esperienze comico-satiriche dei giornali dell’Ottocento con quelle teatrali, cinematografiche e televisive del Novecento. Sono stati stupendi inventori di commedie degli equivoci, struttura base della comicità. Si pensi a Petrolini come a Zavattini, a Malerba e a Stefano Benni. Due racconti come “La quercia del Tasso” di Campanile e “La Luisona” di Stefano Benni sono da antologia. Come ognuna delle Galline pensierose di Luigi Malerba, che rivisita in chiave comica e contemporanea la tradizione delle favole di Esopo. Come gli esilaranti monologhi teatrali di Dario Fo, splendido inventore di personaggi e linguaggi, nostro ultimo premio Nobel, nella cui motivazione è centrale la «dignità» del giullare, la sua dimensione civile, di «beneficio all’umanità», con quel «misto di riso e serietà per dire la verità sugli abusi e le ingiustizie».



















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