L'Intervista

Sandro Graiff, «L’Intelligenza artificiale: ci lavoro e mi fa un po’ paura»

"Il tema di fondo è la qualità dei dati che immettiamo nell’AI, se sono errati il risultato è un disastro Va maneggiata con cura e serve uno studio continuo". L'intervista a Sandro Graiff che, con il fratello roberto, gestisce Siera - azienda informatica 


Paolo Campostrini


BOLZANO. «La AI? Un po’ paura mi fa...». Parola di chi l’intelligenza post umana l’ha studiata, costruita, assemblata, resa facilmente impiegabile e posta a disposizione delle nostre aziende. Quindi? «Certo che serve, non sia mai - dice Sandro Graiff - regala tempo e denaro, ma attenzione: i suoi sviluppi sono tali che tenere il passo è la più grande sfida per l’intero genere umano». Una sfida esistenziale prima che tecnologica. Nel senso che porrà in discussione la nostra capacità di tenere il passo e, soprattutto, di gestire le sue accelerazioni.

Le quali, a confronto delle nostre, sembrano quelle di un razzo in rapporto a un velocipede. Graiff, con il fratello Roberto, bolzanini da sempre («con origini nonese») hanno messo in piedi Sidera - nome completo “Sidera ICTease” - che è il luogo fisico in cui tutto quello che la tecnologia ormai post digitale è in grado di porre a disposizione per il sapere umano trasferibile alle aziende.

È questo che fanno i due: trapiantare nel cuore dell’Alto Adige ogni strumento possibile per fare transitare nel futuro anche le piccole imprese. Quelle che non si potrebbero permettere analisti di dati, studiosi di computerizzazione della gestione, conduzione di processi anche sul piano della sicurezza.

In sostanza, è una frontiera, quella che presidia Sandro Graiff. Ma non stabile, da difendere come fosse un “Limes” romano con le fortificazioni. È un confine mobile e in continuo movimento. Non passa giorno che non giungano novità e nuovi processori, notizie e informazioni che tracciano nuove rotte.

Capita spesso, Sandro Graiff?
Non spesso, ogni mattina. Tant’è che ho voglia di riprendere a studiare. Farmi un master. Fermarmi un attimo, prendere fiato. In tutti questi anni, intendo dalla fine degli anni Ottanta quando abbiamo iniziato questa impresa, c’è stata la necessità di un continuo aggiornamento.

Non basta?
Un dato: negli ultimi anni il potere computazionale derivante da questo nuovo strumento non è aumentato di dieci o di cento volte, come accadeva fino al 2000, ma di centomila volte. E le prospettive di progressione sono inimmaginabili. Trecentomila volte.

Su cosa vi concentrate dunque?
Sui dati. Le aziende, i loro dati, dovrebbero tenerseli stretti e non diffonderli troppo.

La ragione di questa importanza nel suo settore?
I dati, che sono la base, il carburante dell’intelligenza artificiale, devono essere puliti.

Che cosa intende?
Semplicemente corretti. È questo lo snodo. Se solo qualche dato immesso risultasse sbagliato, sarebbe un disastro. Sta qui il pericolo nell’uso dell’AI, soprattutto rispetto alle sue possibili accelerazioni. Ci si fida di lei. Ma si deve partire dal fidarsi di noi, di noi umani che vi immettiamo le informazioni.

Che cosa significa oggi AI per le nostre aziende?
Tempo e denaro. Possibilità di risparmiare l’uno e l’altro. Ma, mio consiglio, l’AI va affidata in gestione non tanto ai settori tecnici ma ai vertici gestionali. È uno strumento delicato e va maneggiato con cura.

Lei che cosa pensa?
Che osservandola dal di dentro a volte mi sento smarrito, a volte spaventato. Pare che ti tolga la fatica dello studio invece ti chiede altre fatiche: il continuo aggiornamento, strumenti di analisi dei dati da immettere.

La sua formazione?
L’università. Scienze dell’informazione. Si chiama così fin da allora, nei primissimi anni Ottanta. Perché l’informatica è, alla base, proprio informazione, immissione di informazioni in noi e nelle macchine.

Che cosa fate per le aziende di qui?
Tutto quello che chiedono per aggiornarsi sul piano tecnologico. Le seguiamo nella formazione e nella fornitura. Siamo a Bolzano e a Trento e la nostra forza è essere andati oltre l’assistenza informatica tradizionale. Con un principio scritto ovunque: la tecnologia non è un fine, ma una risorsa strategica. Serve per liberare altrove le energie delle aziende. Soprattutto quelle delle persone che possono delegare alle macchine. Ma con attenzione.

E la sostenibilità?
Centrale. Io, per dirne una, viaggio elettrico da sei anni. Ovunque pompe di calore. La tecnologia di oggi e la prossima ventura deve essere pulita oppure non sarà.

La AI può scardinare l’architettura delle aziende?
La muterà, sicuramente. I processi andranno gestiti su altri piani, con una riorganizzazione dall’alto più che dal basso. Ed è su questi nuovi modelli di gestione che la tecnologia potrà svilupparsi oppure creare nuovi problemi. Noi? Aggiornamenti continui.













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