Tra parole e silenzi, il pellegrinaggio poetico di Marrani
Dalla dimensione intima ai richiami della grande tradizione, la poesia si fa spazio di confronto e consapevolezza
La poesia come attraversamento, più che come semplice racconto. È questa la chiave di lettura dell’opera di Yari Lepre Marrani, autore che nella raccolta “I canti di un pellegrino”, pubblicata da Booksprint, costruisce un percorso fatto di percezioni, ricordi e interrogativi. Non c’è mai una realtà ferma: tutto si muove, cambia, si trasforma sotto lo sguardo di chi osserva.
Il mondo descritto nei testi è fatto di luoghi concreti, ma assume rapidamente un valore simbolico. I paesaggi diventano riflesso di uno stato d’animo, mentre le esperienze quotidiane si caricano di significati più profondi. L’io poetico procede come un esploratore silenzioso, attento a cogliere sfumature e contrasti, tra tensione e ricerca di equilibrio.
Accanto alla dimensione personale si inserisce una riflessione più ampia, che tocca la storia e la memoria collettiva. Le immagini legate ai conflitti e alle lacerazioni del presente si intrecciano con un dialogo ideale con i grandi della letteratura, come Omero, Dante Alighieri e John Milton. È un confronto che amplia lo sguardo e colloca la voce dell’autore in una tradizione più ampia, dove il tempo sembra stratificarsi.
La scrittura si distingue per una forte tensione interna: immagini opposte convivono nello stesso verso, mentre il ritmo si costruisce attraverso accumuli e improvvise sospensioni. Le pause non sono semplici interruzioni, ma veri e propri spazi di senso, nei quali il lettore è chiamato a fermarsi e riflettere.
In questa prospettiva si inserisce anche la figura di Annibale, riletta in chiave poetica. Il condottiero non è soltanto protagonista di un’impresa storica, ma diventa simbolo di un confronto più ampio con il limite umano. L’attraversamento delle Alpi assume così il valore di una sfida esistenziale, dove il confine tra grandezza e sconfitta si fa sottile.
Annibale Barca
Folle e ardimentoso
sin dalla guerriera fanciullezza,
fui strumento dell’odio e delle sue spire un principe
rancoroso
quando dal padre mio, Amilcare, mio tentatore,
lanciai al devastato mondo
il mio grido di battaglia
e dell’eterna città, Roma,
ambii a cogliere l’eterna medaglia.
Fanciullo tra i fragori della guerra, dei campi di battaglia,
miei secondi padri e mie dilette madri,
videro i miei occhi infuocati le polverose strade,
gli eserciti all’assalto ed ecco Amilcare,
tentatore, farmi luce sul loro oscuro risalto.
Perché se d’odio e sterminio
fui il figlio prediletto e satanico portatore,
ormai stanco, sotto l’occhio di Prusia,
mi chiudo nel mio letto
e con il tradimento di un povero Re
mi lancio nell’ultimo grido
che della mia furiosa vita è stato compagno e amico:
“Roma tu sarai mia o non sarai!”.
Parole che dovevan far tremare il mondo
e più non sono che grida ai quattro venti,
rabbiosa invettiva di un vecchio guerriero
che sta per liberarsi, nell’esilio odiato,
del suo ultimo fardello: la vita!
Quale atroce tormento è il morire
senza averla vista perire,
lei,
la città eterna, odiate mura
che non seppi superare
io, il selvaggio e il tormentatore,
che Roma non sapeva amare.
Solitaria polvere al vento presto diverrò
ma nessuno negherà ciò
che sono stato e che sarò,
in eterno, finché dalla terra germoglierà
dei conquistatori di regni e imperi il seme bellico
e se non vedrò Roma sconfitta e umiliata,
ultima speme, orgoglioso innanzi alla Storia
mi diletto per non averla mai amata,
io che feci dell’odio e della guerra
la scintilla fiammeggiante
che volevo mi portasse sul podio
degli immortali vincitori.
E la carnefice gloria di poche battaglie
rende più sereno il mio cuore,
ma adesso esso duole
perché il tempo della vita è fuggito,
come un serpente che scompare nella roccia,
ed eccomi annebbiato dal dolore di aver perso
per sempre il mio furore,
che ieri fece tremare il cielo terso
e le pianure italiche scioccate,
invase e straziate da un uomo unico e diverso.
La mano che fece tremare il mondo cade adesso
sul mio petto finito, in un vincolo perverso.
Giurai odio e l’odio raccolsi
quando le mie eterne vittorie colsi,
lontano dalla patria, quando a Canne li travolsi,
odiati romani,
che volevo stringere
tra le mie barbare mani.
Ambizione e orgoglio
guidarono la mia avventura quando, valicando le Alpi,
giunsi a toccar l’odiato suolo.
Di allora non resta che un ricordo di terrore
in quest’ora di sventura.
Quale fardello devo sopportare, io,
meraviglia della natura,
se dalle Alpi solo morte e distruzione seppi portare
e lei rimase ferma, mio sogno e mia prigione,
e quelle mura invalicabili non seppi divorare
ma, mute e ferme, a dileggiarmi dall’alto rimasero,
quelle mura… protagoniste dei miei sogni più implacabili.
“Guerriero” mi fu detto, “tu non sai sfruttare le vittorie!”
mai verità fu pronunciata con più pura sincerità!
Eccomi, ora, dannato all’oblio dell’esilio e della morte,
perché dalla gloria felice di quelle battaglie
non seppi vincer l’ultima, la più agognata:
la conquista di Roma tanto odiata.
Opprime il mio capo la vecchiaia temuta
e l’ambizione e l’orgoglio,
che guidarono la mia avventura,
sono tramontati in quest’ora di sventura.
Feroce conquistatore venuto dalle Alpi
sei svanito nella tempesta della Storia,
ai posteri porgi il lascito
della tua disumana superbia!
Ed ecco la memoria dolorosa che,
avvicinatasi all’orecchio,
assilla le mie stanche membra e mi sospira
“Imilce, Imilce, sono la tua Imilce, abbandonata
al destino del delirio di un guerriero!”
E la voce continua, tenue, con un sospiro foriero
di un’angoscia ancor più grande:
“Sono il tuo unico figlio, tuo e di Imilce,
da Cartagine ti saluto,
saluto quel padre che mai ho veduto!”
A questo delicato sussurro all’orecchio,
che altro non è se non della coscienza
un pallido e lontano rigurgito, la mente,
un tempo fulminea, e il corpo la cui mano,
allora, indicò furiosa l’odiata meta,
crollano nella funerea stanza della morte.
“Imilce, e tu, figlio mio… dove siete?” grida la mia voce
che sul suolo italico seppe dimostrare
la volontà più truce!
Cartagine mi ha perduto.
Didone, immortale tra i purpurei cieli,
soffia, piangente, sul mio corpo canuto.
Ieri ero virtù, scettro e potenza di Gloria,
l’ozioso tempo della sconfitta la mia tempra ha adombrato
esco, umiliato e sconfitto, dal maestoso teatro della Storia
che sempre dimentica chi da essa è stato annullato.
L’emozione scuote, adesso, il mio cuore debole
per ciò che poteva esser più grande ma non è stato!
Risorgere nell’orgoglio e nell’ambizione
non è ciò che voglio: ferma è l’intenzione
di sparire dalla gente e la ferocia,
che ieri insanguinò pianure e città oggi tace,
svanisce innanzi al vecchio stanco che vuole solo pace.
L’orgoglio mi fece un conquistatore spietato
e la vecchiaia e i ricordi m’infiammano,
in quest’ora morente,
del sogno perduto di poter cambiare
il corso della Storia.
Vergogna e rimpianto:
questi i demoni che accolgono il mio pianto,
lasciata dietro
la folgore tempestosa e la divina energia
che negli anni bellicosi mi mostrò l’ambiziosa via.
E Roma è in piedi e io seduto,
vecchio e sperduto
in questa casa senza nome,
ultimo rifugio delle mie membra
che al nemico non darò.
In questa notte pioverà su Roma
e il cielo ricoprirà la sua regale chioma
con lo spirito dei miei compagni morti.
Tutto è finito e io, uomo
che non si credeva terreno,
ma audace, astuto e superiore,
muoio qui con il mio fatal veleno.