Violenza contro le donne, in Italia gap nella presa in carico delle vittime
(ANSA) - ROMA, 06 MAR - L'Italia ha un quadro legislativo articolato sulla violenza sulle donne, ma mostra un livello di riconoscimento e risposta alla violenza ancora limitato, frammentato e disomogeneo sul territorio nazionale. Questo causa un marcato gap tra il numero di donne che subiscono violenza e il numero di chi riesce a essere riconosciuta e presa in carico dai servizi pubblici, con molti casi rimangono al di fuori del perimetro istituzionale. È quanto emerge da uno studio internazionale pubblicato su Lancet Global Health che analizza otto Paesi, tra cui l'Italia.
Le stime suggeriscono che solo una parte delle donne che subiscono violenza entra effettivamente in contatto con i servizi pubblici. Sorprendentemente, una quota molto bassa di riconoscimento formale della violenza perpetrata dal partner avviene attraverso il settore sanitario, corrispondente a circa l'1,3%-5,6% del fabbisogno stimato nei quattro Paesi che riportano dati sanitari, tra cui l'Italia. Secondo le elaborazioni del Global Burden of Disease 2021 utilizzate nello studio, la prevalenza della violenza fisica e/o sessuale perpetuata dal partner negli ultimi 12 mesi in Italia è stimata al 5,4% tra le donne di 15 anni o più. Inoltre, sebbene l'Italia disponga di un insieme di norme rilevanti - dalla Legge 119/2013 al 'Codice Rosso' del 2019, fino alla Legge 53/2022 sul sistema statistico integrato e la più recente legge in materia di delitto di femminicidio 181/2025 - e di strumenti di pianificazione nazionale che delineano ruoli e responsabilità, la loro implementazione risulta irregolare, con forti differenze regionali nella disponibilità e continuità dei servizi, nella stabilità dei finanziamenti, nel funzionamento dei coordinamenti territoriali e nella capacità operativa dei settori coinvolti.
"Lo studio richiama la necessità di un approccio realmente integrato, in cui sanità, giustizia, servizi sociali, forze dell'ordine, istruzione e lavoro operino attraverso percorsi chiari, coordinati e sostenuti da risorse adeguate - sottolinea Benedetta Armocida, dell'Istituto superiore di sanità, che ha guidato il caso italiano insieme a Flavia Bustreo -. Il settore sanitario, in particolare, è indicato come un punto di contatto essenziale ancora oggi sottoutilizzato, mentre i centri antiviolenza rappresentano un presidio fondamentale". (ANSA).