Il viaggio virtuale di Ötzi: la mummia rinasce in 3D
Ieri all’11° World Mummy Congress a Cusco, in Perù, presentato il progetto di ricerca del Museo archeologico dell’Alto Adige basato sulla fotogrammetria 3D e l’intelligenza artificiale
Verrebbe da dire, non fosse che la sua “casa” è bella refrigerata, che Ötzi è passato virtualmente da una città nella quale in questi giorni si sta bollendo, a una zona che idealmente tutti immaginano come ancora più calda (ma così non è).
Resta il fatto che la mummia del Similaun nella giornata di ieri, in occasione dell’11° World Mummy Congress a Cusco, in Perù, è stata protagonista, nell’ambito di un innovativo progetto di ricerca del Museo archeologico dell’Alto Adige. Si tratta di un nuovo intervento di conservazione preventiva, che fa ricorso alla fotogrammetria 3D e all’intelligenza artificiale, definendo nuovi standard nell’archiviazione digitale dei reperti preistorici, in particolare appunto della celebre mummia di Ötzi, risalente a 5.300 anni fa.
Anche lo stato di salute dell’Uomo venuto dal ghiaccio è stato oggetto di discussione a Cusco. Patrizia Pernter, radiologa dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige e membro del comitato scientifico del Museo archeologico, ha illustrato al congresso i risultati degli esami per l’aterosclerosi che sono stati effettuati sulla mummia.
Esperti della ditta Arc Team (di Cles e Sesto Pusteria), guidati dall’archeologo e specialista di 3D Luca Bezzi, hanno combinato le più moderne tecnologie di scansione 3D ad alta risoluzione con l’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di creare modelli digitali della mummia e dei suoi fragili reperti, tra cui oggetti in legno, pelle e pelliccia. Allo scopo di superare le sfide legate al rilevamento di superfici riflettenti e sensibili, sono state utilizzate la tecnica fotogrammetrica Structure from Motion (SfM), i Neural Radiance Fields (NeRF) basati sull’intelligenza artificiale e la fotografia con luce polarizzata.
Il modello creato in 3D della mummia è stato inoltre collegato alle scansioni tomografiche TAC, consentendo così una dettagliata visione anatomica tridimensionale. Tutte le fasi di lavoro sono state eseguite con software libero e software open source (FLOSS), in modo da garantirne accessibilità e riproducibilità a lungo termine.
«Questa innovativa forma di documentazione di alto livello ci consente, da un lato, di studiare e condurre ricerche sulla mummia mentre rimane custodita in sicurezza nella cella frigorifera e, dall’altro, di registrare con immagini ad altissima risoluzione lo stato di conservazione della mummia e dei reperti associati, con una precisione di gran lunga superiore a quella delle fotografie tradizionali o dell’occhio umano – spiega Elisabeth Vallazza, direttrice del Museo archeologico dell’Alto Adige, presentando il progetto –. Le colleghe e i colleghi impegnati nella ricerca sulle mummie hanno seguito con grande interesse la nostra presentazione qui a Cusco. Grazie a questa tecnologia, anche altri musei potrebbero portare la documentazione e l’accessibilità delle proprie collezioni a un livello completamente nuovo».
Luca Bezzi aggiunge: «Il progetto dimostra come potrebbe svilupparsi il futuro della conservazione e dello studio di oggetti sensibili: un approccio non invasivo, di altissima precisione e liberamente accessibile. Si pongono così nuovi standard per la documentazione e il monitoraggio del nostro patrimonio culturale, assicurando che le ricerche di domani possano contare su una vasta mole di dati di inestimabile valore».
La salute di Ötzi è stata al centro di un altro intervento presentato al Congresso sulle mummie: un team di ricerca guidato dalla radiologa Patrizia Pernter ha analizzato lo stato dei vasi sanguigni dell’Uomo venuto dal ghiaccio, confrontandolo con quello di pazienti contemporanei. Le alterazioni patologiche delle arterie risultano chiaramente visibili nelle immagini TAC della mummia.
L’aterosclerosi era già stata individuata, nell’ambito del progetto di ricerca “Horus” guidato dallo scienziato statunitense Gregory Thomas, in mummie egizie, confermando così che si tratta di una patologia che accompagna l’umanità da tempi remoti. Ötzi rappresenta però, ad oggi, il più antico paziente conosciuto ad aver sofferto di questo restringimento dei vasi sanguigni.