IL CAMPIONE DELLA RACCHETTA

«Volevo essere come Federer, adesso sogno di batterlo» 

L'intervista a Jannik Sinner. A 18 anni è già tra i top 100 dell’Atp. Ormai da 4 anni vive a Bordighera, dove lavora assieme a Riccardo Piatti. Talento cristallino, non si pone limiti e punta dritto ai massimi obiettivi

di Paolo Gaiardelli

BOLZANO. Le strade semplici a Jannik Sinner non sono mai piaciute. Lo aveva già fatto intuire quando da ragazzino, con gli sci ai piedi, si teneva dietro tanti coetanei zigzagando tra le porte dello slalom gigante. Quella abilità, però, rappresentava per lui qualcosa di eccessivamente normale, o meglio naturale, per uno che è nato in Alto Adige. Quel ragazzino dai capelli rossi, già così unico, era in cerca di un’altra sfida, in grado di realizzarlo appieno. Ecco perché, a soli 14 anni, non ci ha pensato nemmeno un attimo a lasciare Sesto Pusteria per seguire Riccardo Piatti a Bordighera; il tennis sì che era un sentiero impervio da affrontare, ricco di ostacoli ed insidie, e proprio per questo estremamente affascinante. La sua montagna Jannik l’ha allora affrontata nel verso contrario rispetto a come era abituato da piccino, quando giù dai pendii innevati pareva davvero inarrestabile; è dovuto andato dal basso verso l’alto, stringendo forte la sua racchetta, fino a raggiungere traguardi eccezionali, potendo oggi pensare concretamente, appena maggiorenne, di affrontare, e perché no sognare di battere, il mito di gioventù Roger Federer, fino a qualche tempo fa icona irraggiungibile.

Una percorso lungo, tutt’altro che banale, quello di Sinner, il quale ha raccolto i primi frutti di tanto lavoro ed impegno nel corso del 2019, in un’ascesa costante e inarrestabile, in grado di far sognare il movimento italiano di avere finalmente tra le mani un potenziale “numero uno”. Dal successo al Challenger di Bergamo, alla prima vittoria in un Master 1000, sulla terra “sacra” di Roma, dalla qualificazione al tabellone principale di un torneo dello Slam (Us Open, ndr), alla conquista delle Next Gen Finals. I grandi del tennis lo dipingono come un predestinato, un talento cristallino, uno con le qualità per dominare la scena. Starà a lui, confermarsi prima, e crescere poi. Una nuova avventura che pare averlo già coinvolto, rapito. I pochi tornei del 2020, prima del lockdown, hanno infatti dato indicazioni importanti in tal senso - come il secondo turno agli Australian Open o l’aver sconfitto il top 10 David Goffin -, collocandolo attualmente alla posizione numero 73 del mondo. La speranza è che il sipario torni ad alzarsi presto, per continuare a gustarci lo show.

Partiamo proprio dall’ultimo periodo, segnato dallo stop dell’attività. Crede che alla ripresa saranno più favoriti i soliti noti, per via dell’esperienza, o un giovane come lei, che in questi mesi ha provato a migliorare diversi aspetti del gioco?

«È sicuramente una grande sfida rimanere fuori dal campo per così tanto tempo, ma in questo periodo delicato della mia carriera ho guadagnato ciò che i giocatori di tennis normalmente non hanno: il tempo. Ho lavorato moltissimo e continuerò a farlo fino a quando il Tour non riprenderà e penso che ritornerò ancora più in forma di quanto già non fossi quando il Covid-19 ha interrotto la stagione».

Ha sfruttato il momento anche per stare maggiormente in famiglia, visto che negli ultimi 4 anni le occasioni non state molte?

«Ho trascorso molto tempo a casa, ma, non appena è stato possibile, sono andato a Monte Carlo e Bordighera per allenarmi. Amo la mia famiglia, loro sono il più grande sostegno per la mia attività ed è stato splendido passare il tempo con loro. Tuttavia, so che vivere lontani è un sacrificio che devo fare per il bene del mio tennis e, come ha sottolineato, ci sono già abituato».

Restando al suo rapporto con l’ Alto Adige, pensa che essere cresciuto praticando anche uno sport come lo sci l’abbia aiutata nella sua attuale carriera?

«Credo sia stato fondamentale a livello mentale: praticare due sport da piccolo mi ha permesso di non sentire la pressione di dover ottenere un risultato, di avere successo. Ero concentrato sul fatto di divertirmi e fare progressi, e non sul fatto di vincere un match o una gara. Questo modo di pensare l’ho applicato poi al tennis, quando ho scelto quella sarebbe stata la mia strada. Ho continuato a godermi l’allenamento e devo dire che lo faccio ancora».

Quando ha capito che nel suo destino ci sarebbe stata la racchetta?

«Il momento chiave è stato quando ho avuto l’opportunità di trasferirmi a Bordighera e iniziare una collaborazione costante con Riccardo Piatti. La mia famiglia e le persone intorno a me hanno riconosciuto questa occasione come una reale possibilità per fare il salto e avevano assolutamente ragione».

“Tennisticamente” la provincia di Bolzano ha avuto molta visibilità nel recente passato, grazie ad Andreas Seppi al maschile, e a Karin Knapp al femminile. Ciò ha avuto un’influenza su di lei? Ha accresciuto la sua passione?

«Certamente il contesto in cui sono cresciuto mi ha aiutato e influenzato molto, specialmente tutto ciò che Andy (Seppi, ndr) ha fatto nel tennis. Dai titoli Atp, al fatto di essere arrivato nei top 20 al mondo. Questi sono risultati che colpiscono molto, soprattutto i giovani che si trovano agli inizi. Oggi sono davvero contento che, quando sono impegnato nel circuito maggiore, ho l’opportunità di avere un rapporto di amicizia con lui. È una persona eccezionale e gli sono grato per l’aiuto che mi ha dato in questo mio viaggio».


Andreas Seppi, Riccardo Piatti e Jannik Sinner

Se Seppi è stato un modello, il mito di gioventù chi era?

«Senza dubbio Roger Federer. Non credo di dover spiegare questa attrazione verso di lui. Un mio grande desiderio ora è di incontrarlo in un mach ufficiale, sono sicuro che sarebbe un’esperienza che ricorderei per tutta la vita. Riuscire a batterlo, poi, sarebbe qualcosa di incredibile».

Parlando di miti assoluti, oltre che con Federer, ha avuto anche l’occasione di allenarsi con Novak Djokovic e Rafa Nadal. Cosa l’ha impressionata maggiormente di loro?

«Dopo tutti i successi che hanno ottenuto, è incredibile come continuino ad essere insuperabili: hanno classe, attitudine, sono unici. Sono consapevole del fatto di essere entrato nel Tour in un momento in cui questi tre grandi giocatori sono ancora ai vertici e non lasceranno tanto in fretta».

Venendo al campo e alle sue capacità, recentemente abbiamo scoperto da uno studio dell’Atp come il tuo rovescio sia il più potente del circuito, avendo come parametri il top spin e la velocità. Che segreto c’è dietro a questo colpo?

«Non so se sia il più potente del circuito (ride, ndr), è forse un’ affermazione un po’ esagerata, però suona bene. Non c’è un segreto, il rovescio è sempre stato una mia arma e milioni di ripetizioni l’hanno portato al livello di oggi. Comunque spero di continuare a migliorarlo ancora».

Ci sono altri aspetti tecnici sui quali sta lavorando in maniera particolare?

«Di sicuro il gioco al volo ha e avrà bisogno di tanta attenzione. Anche sul servizio ho fatto qualcosa di particolare in questo periodo. Inoltre ho lavorato molto sul fisico».

Nel 2019 ha centrato una serie di traguardi importanti. Qual è stato il più significativo?

«Dal punto di vista delle sensazioni, giocare e vincere un turno a Roma è stato indescrivibile. Per quanto riguarda i successi ottenuti, senza dubbio quello al Next Gen di Milano. Ho dimostrato di poter battere giocatori molto bravi in condizioni che fino a quel momento non avevo vissuto: un palazzetto pieno di spettatori che tifavano in gran parte per me, pressione, tante aspettative...durante quel torneo ho imparato molte cose. Sicuramente e stato anche speciale vincere il Challenger a Ortisei, la settimana dopo, davanti a tanti amici e alla mia famiglia».


Sinner col trofeo di Ortisei

Rimanendo alle emozioni, un ex numero uno come Andre Agassi ha detto più volte che tanti match li vinceva già nello spogliatoio, per il suo carisma, per la storia che si portava dietro, la classifica, che influivano sull’avversario di turno. Guardandola giocare, lei sembra poco intimorito dai big o comunque più concentrato su se stesso. Finge bene oppure è davvero così?

«Il tennis è giocato da persone, non dai nomi. Ovviamente non è la stessa cosa se ti trovi in campo contro Federer o Nadal, o il 500 della classifica, ma la preparazione deve essere simile. Ho lavorato molto su questo aspetto, su come affrontare queste cose, ma probabilmente ci sarà anche qualcosa di innato. Quindi non recito, anzi posso dire che eventualmente che un “grande” avversario può motivarmi ulteriormente».

Veniamo alle ambizioni. Più volte ha detto che i risultati del suo percorso di crescita si vedranno tra qualche anno. Ecco, in che posizione del ranking la vedremo nel 2022?

«Con Riccardo Piatti non abbiamo definito una classifica, non abbiamo fatto piani basandoci su questo. Quello che è cruciale in questi due anni è il progresso. Voglio evitare infortuni, lavorare sul mio corpo e sviluppare il mio gioco. Dopodiché che io sia decimo, cinquantesimo o centesimo...ovviamente non è che sia irrilevante, certo che vorrei essere il numero uno, ma non è una cosa che mi preoccupa, perché la strada è lunga».

Dalla realtà degli obiettivi al sogno. Ne ha già realizzati molti, qual è quello ancora nel cassetto che spera si concretizzi in futuro?

«Essere il numero uno al mondo e ottenere la vittoria in uno dei tornei dello Slam. Sono le due cose che ogni tennista sogna, le cose che lo rendono davvero speciale. Ci sono pochissimi giocatori che hanno raggiunto questi traguardi e spero davvero di poter essere uno di loro».

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