Transart e la geniale follia di Jodorowsky 

Da oggi, in collaborazione con il Film Club, una finestra sul cinema con la mini rassegna “Movie Monday”

BOLZANO. Transart vuole abbracciare a 360° gradi ogni forma d’espressione della cultura contemporanea. Non può dunque dimenticare il cinema. Grazie al Film Club anche quest’anno Transart con Movie Monday, apre una finestra sul cinema d’autore, con tre appuntamenti il 10, 17 e 24 settembre, sempre alle 20.30 al Film Club di via Dr. Streiter.

Il primo, ovvero oggi, e il secondo di questi tre lunedì saranno dedicati alla figura affascinante del regista, attore, fumettista e scrittore Alejandro Jodorowsky. Difficile non aver mai sentito parlare di questo artista poliedrico e controverso, nato in Cile ma naturalizzato francese, la cui notorietà è dovuta in larga parte ai film da lui diretti come “Il paese incantato”, “La montagna sacra”, “Santa Sangre” o “Il ladro dell’arcobaleno”. Spesso i suoi film sono caratterizzati da un provocante surrealismo, denso di magia, del gusto per il macabro, di un fascino per il rapporto esoterico che unisce l’uomo alla divinità. La sua fama tuttavia non è legata solo al cinema. Jodorowsky ha anche scritto saggi, romanzi e liriche, che non si distanziano sostanzialmente dalla sua poetica, e ha collaborato come sceneggiatore con fumettisti come Moebius, Juan Giménez e Milo Manara. Per il primo appuntamento di Movie Monday verrà proiettato, in spagnolo con sottotitoli in italiano, il film “La danza de la realidad”, girato nel 2013. Si tratta di un racconto autobiografico dai tratti talvolta macabri e per lo più surreali, dell’infanzia di Jodorowsky a Tocopilla, in Cile. Più che un racconto della sua infanzia è una parabola della nascita del suo amore per l’arte ed il teatro condensata in tre avvenimenti topici a cui il giovane Alejandro ebbe modo di assistere: la sepoltura di un pompiere, un attacco epilettico ed il canto di un principe cinese. E’ invece del 2016 la pellicola che verrà proiettata nel secondo appuntamento di Movie Monday, il 17 settembre. Sempre firmata da Jodorowsky, “Poesía sin fin” racconta degli anni del regista nella capitale cilena prima di trasferirsi a Parigi, della sua decisione di diventare poeta e del suo incontro con il mondo artistico e bohémien degli intellettuali e scrittori cileni. In una Santiago degli anni Quaranta e Cinquanta il giovane Alejandro fa la conoscenza di Enrique Lihn, Stella Diaz, Nicanor Parra e molti altri giovani scrittori che diventeranno maestri della letteratura sudamericana contemporanea. Volta pagina invece l’ultimo appuntamento con il cinema d’autore, il 24 settembre, spostando l’attenzione sul medio oriente grazie allo sguardo tagliente e privo di compromessi di Shirin Neshat. Quest’artista iraniana è senz’altro tra le più importanti artiste visuali del nostro tempo, ed il suo lavoro ha ricevuto innumerevoli premi e riconoscimenti, soprattutto nell’ambito del cinema e della fotografia. Il suo sguardo sembra concentrarsi per lo più sulle contraddizioni insite nella sua stessa natura di donna al confine tra i due mondi, l’Occidente e il Medio Oriente. Figlia di una ricca famiglia iraniana la Neshat fin da piccola fu educata ai valori della cultura occidentale sviluppando precocemente una forma di femminismo incoraggiato dal padre, che desiderava che le figlie potessero crescere come individui, godendo di un’educazione e di opportunità che per molte ragazze erano allora impensabili. Nel corso della sua carriera Shirin Neshat ha più volte trattato temi legati alla condizione della donna, esplorando i contrasti tra la cultura occidentale e l’islam, la tradizione e la modernità, l’opposizione del maschile e del femminile. Questi temi ritornano in parte anche nel suo ultimo film “Looking for Oum Kulthum”, del 2017, che verrà proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano. Nel lungometraggio un’artista iraniana decide di girare un film sulla vita di Oum Kulthum, cantante egiziana che può essere considerata la Maria Callas del mondo arabo, idolatrata come eroina nazionale, una vera diva la cui fama non è stata minimamente offuscata neppure a 40 anni dalla sua morte. Il film della Neshat diventa il pretesto per ritrarre le difficoltà che un’artista donna deve affrontare per affermarsi in una società ancora chiusa, maschilista e conservatrice.