la storia

Il porto sicuro di Don Bosco è un bar 

Il Bar Piacenza di Sarino Pirilli è un approdo dove nessuno si sente escluso e che veglia sul rione

di Luca Fregona

BOLZANO. Il bar è un occhio sul mondo, un crocevia dove si intrecciano storie e destini. Un approdo sicuro, dove trovi sempre qualcuno con cui fare due chiacchiere o semplicemente bere una birra in pace, da solo. Fuori c’è la tempesta, dentro è caldo e accogliente. Lo sa bene Sarino Pirilli, che da molti anni - insieme alla moglie Annamaria e al figlio Alex - gestisce il «Bar Piacenza» a Don Bosco, all’angolo tra l’omonima via e via Parma. Sarino Pirilli è una persona speciale, generosa e di grande sensibilità. Un vero oste, come sanno essere solo i baristi vecchio stampo che vivono in sintonia con la città e il mondo che li circonda. Il suo bancone è un a specie di osservatorio sul quartiere. Sarino controlla, guarda, osserva. E se nota che un cliente anziano da un po’ di tempo non si fa vedere, va a controllare che stia bene. Se necessario, avvisa i servizi sociali, il medico o un figlio lontano. Sarino conosce tutti uno per uno. Smussa le liti, contrasta il razzismo strisciante che in un quartiere così complicato dilaga come un maledetto serpente velenoso. Aiuta le associazioni di volontariato, le persone in difficoltà, i vecchi soli. Qui un bicchiere di vino buono costa ancora 2 euro, un caffè uno e fischia, per lo spritz non serve il mutuo. E le tartine si fanno con la mortadella, le uva sode e il salame vero. Non quelle cose da fighetti che ti rifilano in centro a 7 euro al calice con una manciata di arachidi della guerra 15-18. Ogni primo sabato di novembre, rigorosamente di pomeriggio, Sarino accende il braciere sulla piccola terrazza del locale, e invita il quartiere alla castagnata d’autunno. Mosto e caldarroste per tutti.

Una piccola tradizione che ormai segna le stagione come le foglie gialle sul Talvera.

Non si può non volere bene a Sarino. Lo sanno bene i volontari dell’Aias, l’associazione che aiuta le persone disabili, che ha la sede di fronte al bar. Se c’è un posto a Bolzano dove i ragazzi sono sempre benvenuti e coccolati è il Bar Piacenza. Se c’è un posto che non esclude ma include, è l’osteria di Sarino. Lo sanno bene anche gli operatori de «La Strada», che da anni possono contare su di lui.

Sarino sorride sempre, ma dentro è malinconico. Ha una ferita profonda nel cuore, che - purtroppo - non guarirà mai. Suo figlio Daniele, «Lele», è morto sei anni fa di fibrosi cistica. Aveva solo 28 anni. Sapeva di avere poco tempo Lele, ma questo non gli ha impedito di vivere fino in fondo. Lavorava da Sportler. Era il capitano dell’Excelsior, la squadra di calcio che milita in Eccellenza, sempre ultima in classifica ma che «fa giocare tutti». Sarino non ha mai dimenticato quei ragazzi, i compagni di Lele. Ogni anno organizza con loro una partita per ricordarlo. Ogni anno per loro, si mette alla griglia a “girare” bistecche e salsicce. Una piccola festa per Lele. Non è facile. Quando sopravvivi a tuo figlio, pensi sempre a come sarebbe oggi, cosa farebbe oggi, cosa direbbe adesso... Ma Sarino è fatto così. Caccia le lacrime in gola e va avanti. Generoso e riconoscente. È come se volesse sempre ringraziare chi è stato vicino al suo ragazzo. Ora che ha un nipotino che porta il nome di Daniele, è l’uomo più felice del mondo. Forse non sereno, ma felice. Chi ha molto sofferto, se non diventa di pietra, ha un “registro” speciale. Una delicatezza che fa amare la vita, nonostante tutto.

Grazie Sarino.