QUARTIERI SOLIDALI

Benvenuti a Don Bosco: «Nessuno escluso» 

Un pranzo aperto a tutti: famiglie, rifugiati, anziani, persone sole. La San Vincenzo del quartiere in prima linea nell'accoglienza a Bolzano. "Non chiediamo la carta d'identità, qui la porta è sempre aperta".

di Luca Fregona

BOLZANO. Lorella e Lucia servono piatti di tortelloni al ragù. Mariangela porta il vino, l’acqua, la coca e la fanta. Poi c’è il pollo arrosto aromatizzato col purè. Che quello lo mangiano tutti. Bambini, nonni, musulmani e cristiani. «Perché noi non facciamo distinzione. Se hai bisogno di aiuto, noi te lo diamo. Bianco, nero... Non ci importa di che colore sei, che lingua parli, se sei un delinquente o un santo». È una domenica di festa a Don Bosco nella sala della parrocchia. Un pranzo per il quartiere. Lo hanno organizzato i volontari della San Vincenzo italiana e il Club Rodigino. «Che poi - dice Rino Lovato, addetto alle cucine insieme al fratello Tiziano - siamo sempre gli stessi». E intanto ti mette un piatto di tortelli in mano. «Il ragù l’ho fatto io, mangia!».



Una cinquantina di persone intorno ai tavoli. C’è una famiglia siriana scappata dalla guerra da tre anni, ancora senza casa e documenti. E poi albanesi, marocchini, moldavi. Le famiglie (italiane) che hanno bisogno di una mano per arrivare a fine mese, e quelle appena uscite dalla messa. Gli anziani, i giovani. I bambini che aspettano la befana. Una nonna già pronta con la scopa e il cappellaccio in testa. «Quest’anno ne faccio 77. Il numero delle gambe belle...».



Il gioco è mettere tutti insieme, shakerare, e vedere che succede. Persone con storie, fedi, lingue, età diverse. Un pranzo “aperto” al rione. Spalla a spalla. Se ci abiti da sempre o da un mese non importa. «È la prima volta che lo facciamo in 30 anni - spiega Roberto Argnani della San Vincenzo Don Bosco -. Era il momento di fare un tentativo, di andare oltre l’opera di assistenza. Di conoscerci meglio, insomma». Roberto Santimaria, presidente della San Vincenzo Bolzano: «C’è bisogno di stare vicini, di non chiudersi. I muri, i ghetti, sono la malattia dell’uomo e delle città. E poi vogliamo che chi ha un problema, sappia che noi ci siamo. Qui nessuno giudica nessuno. Non facciamo differenze tra le persone...». A Don Bosco, la San Vincenzo italiana assiste 130 famiglie al mese. Ogni giovedì e venerdì vengono distribuiti alimentari freschi: frutta, verdura, carne, formaggi. Due volte al mese 130 pacchi con pasta, legumi, latte biscotti, generi per la casa. E poi piccoli aiuti in denaro per pagare le bollette o l’affitto. «Chi aiutiamo? Tutti quelli che bussano alla porta del nostro magazzino di via Sassari», continua Argnani. Famiglie italiane in difficoltà. Famiglie straniere in difficoltà. Anziani soli (a cui i volontari portano il cibo direttamente a casa). Ma anche profughi, giovani migranti in attesa del permesso di soggiorno, richiedenti asilo che dormono per strada espulsi dai centri. Insomma, il nemico pubblico numero uno oggi in Italia. Non qui. «Noi non chiediamo i documenti, la persona è una», dice Franco Marcelli. E Santimaria: «Se un ragazzo spaccia o ruba perché non ha nessun’altra possibilità, chi sono io per giudicarlo? Il mio compito è aiutarlo a venirne fuori. Con una casa, un lavoro, una vita dignitosa». E Argnano: «Quello che una persona può aver fatto non mi interessa, da qui nessuno se ne va via senza niente».



Datemi un pizzicotto. Ma questo non è il quartiere dove Salvini in ottobre ha sfiorato il 40%? «Sì - dice Marcelli - ma c’è anche l’altro 60... I viveri da distribuire ci arrivano dal Banco alimentare ma anche da tanti abitanti del rione». Che alla santa messa della domenica, quella delle 10.30, portano pasta, olio, omogenizzati, pannolini... In questa parrocchia, l’aria che tira è chiara. Tutti sono benvenuti tranne Salvini. «Non ci piace cosa dice e cosa fa. Gli esseri umani vanno rispettati». Il “prima gli italiani” qui non attecchisce. Non è buonismo da salotto, come lo etichetterebbe la vulgata leghista. È volontariato cattolico, in prima linea 365 giorni l’anno, H24. Aiutano le famiglie, lavorano nelle mense per i poveri, portano le coperte e un pasto ai senzatetto. Ti aiutano se sei un tossico, un esodato, una precaria licenziata, un anziano, un ragazzo arrivato sul barcone. Fanno comunità nel quartiere. Ci tengono collegati al cuore e ai sentimenti. Dare una mano colora la vita, c’è scritto sul muro. «A picchi di povertà (e di egoismo) si risponde con picchi di buona volontà», dice Argnani. E qui, in questa sala sotto la chiesa, ce n’è tanta. Papa Francesco segna la via mentre la sinistra sta ferma alla finestra. I volontari della San Vincenzo non hanno paura ma l’orgoglio di schierarsi. «È importante “vedere” - spiega Santimaria -. Vedere coi tuo occhi chi non ha un posto per dormire, chi non ha nulla per lavarsi, chi non ha una coperta, scarpe, vestiti. Chi non ha niente da mangiare. Perché a Bolzano c’è anche questo: la fame. E allora, io dico, se questa gente, italiani o stranieri, la respingi, resterà sempre sulla strada. Per tutta la vita. È una soluzione?». No, non lo è.



Intanto Alessandro porta i dolci. Argnani le calze piene di doni ai bambini e alle bambine. Giacinto attacca “Azzurro” di Celentano con la fisarmonica. Che è come il pollo. Piace a tutti. Tutti cantano. Una coppia balla. Una boccata d’aria.