L’ombra lunga dei fascismi che intossica il Sudtirolo 

Gli scheletri nell’armadio: dalle sirene naziste ai rigurgiti di CasaPound

di Jimmy Milanese

Un incontro appassionante e tra appassionati di Storia, quello che l’ altra sera al «Centro Culturale Anna Frank» di Merano ha messo di fronte Thomas Casagrande, professore universitario a Francoforte con radici altoatesine e Karl Pfeifer, giornalista austriaco che nel 1938 con la famiglia scappò dal regime nazista per diventare poi uno dei più autorevoli testimoni della trasformazione della società austriaca a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Assieme a loro, Leopold Steurer, storico vipitenese le cui ricerche si sono concentrate principalmente sulle vicende del nazionalsocialismo. A moderare la serata, la ricercatrice Sabine Mayr, assieme a Joachim Innerhofer, direttore del Museo ebraico di Merano. Tema dell’ incontro, l’ impatto sulla società altoatesina di quel revanscismo nazionalista che dopo 60 anni è tornato in Europa, questa volta rinvigorito dalla ascesa al potere di leader come Viktor Orbán in Ungheria o Sebastian Kurz in Austria.

Della influenza dei sentimenti nazionalisti sulla società altoatesina ha parlato Steurer, spiegando come:«Gli avvenimenti politici in Austria e Germania hanno sempre avuto ripercussioni in Alto Adige, basti pensare a quando Jörg Haider è diventato nel 1986 leader del FPÖ – spiega lo storico - e subito da noi la destra popolare si è sentita più forte, con la SVP che perdeva pezzi importanti, come ad esempio Christian Waldner, Obman della Junge Generation il quale fondò i Freiheitlichen altoatesini, in parte grazie all’ aiuto politico e forse finanziario di Jörg Haider».

Rigurgiti nazionalisti in alto Adige tradotti con termini quali «Autodeterminazione» che lo storico Steurer lega a personaggi come Otto Scrinzi: ex nazista, per moltissimi anni membro del Parlamento austriaco e referente per le questioni altoatesine.

Ed è proprio sulla relazione tra la società sudtirolese e il nazifascismo che il dibattito si è presto spostato, grazie all’ intervento di Thomas Casagrande, figlio di Otto Casagrande, membro delle SS e sulla cui vita di nazista mai pentito lo storico tedesco ha fondato la sua ricerca, culminata con l’ uscita di un volume «Südtiroler in der Waffen-SS», edito nel 2015 ma che ancora oggi fa discutere, proprio per avere affrontato anche la questione della vicinanza della popolazione sudtirolese al regime nazista. In questo senso, ha spiegato Casagrande:«Nel momento della ascesa del nazionalismo in Germania, i sudtirolesi sotto il Regno d’ Italia hanno iniziato a sentirsi culturalmente vicini al Reich, sia dal punto di vista linguistico sia da quello prettamente culturale». Formalmente cittadini italiani, ha spiegato Casagrande, a partire dal 1939 tra i 3500 e i 5000 sudtirolesi decisero di arruolarsi nei corpi della Wehrmacht o delle SS.

Una decisione del tutto volontaria, favorita dal fatto che già dal 1939 membri dei corpi della Wehrmacht e delle SS iniziarono ad organizzare il trasferimento degli Optanti sudtirolesi in Germania, aggiunge lo studioso: «Spesso stimolando la popolazione locale all’ abbandono della cittadinanza italiana per quella tedesca». Tra gli argomenti utilizzati dal personale SS, una certa apertura verso il mondo clericale locale. Fattore, questo, che rese il corpo militare tedesco molto popolare in una società ancora rurale, ma permeata da valori cristiani e, in genere, fervente cattolica.

Le idee nazionaliste veicolate nella società sudtirolese prima dal nazifascismo, continuano a partire dagli anni ottanta grazie all’ attivismo di partiti populisti come la FPÖ di Haider, spiega Karl Pfeifer: «Conseguenza della presenza nelle istituzioni politiche europee della generazione anziana, impressionata dal nazionalismo. Invece, la nuova generazione dei giovani austriaci tra i 16 e i 29 – aggiunge Pfeifer - vota principalmente a sinistra». Inoltre, conclude il giornalista: «Se negli anni Settanta nelle università austriache si registrava una maggioranza delle estreme destre, oggi queste non superano il 5%».

Quindi, il pericolo per la società europea, secondo Pfeifer, non è tanto nel ritorno del fascismo, semmai «nel sistema fascistoide che incita all’ odio verso lo straniero, come sta accadendo in Ungheria, dove vige un sistema di mafia post comunista e un conservatore come Orbàn – spiega il giornalista – nazionalizza i servizi e minaccia gli imprenditori di successo i quali non condividono le sue idee».

Ancora più pessimista è Casagrande, il quale vede pericoli per la tenuta democratica dell’ Europa proprio nel processo di stabilizzazione e istituzionalizzazione di una «destra poco chiara, accanto a quella chiaramente fascista», la quale imprime nelle società sentimenti razzisti, in una situazione economica di crisi dei valori del capitalismo, ma che secondo lo storico:«non ha ancora raggiunto il suo culmine».

A tal proposito, Steurer ha ricordato l’ impatto sulla società altoatesina di madrelingua italiana del graduale sdoganamento di un partito come Alleanza Nazionale che alle sue origini intingeva le sue idee nel tessuto culturale fascista, il quale però nel 1994 partecipa direttamente alla formazione del Primo Governo Berlusconi. «Se da una parte la società sudtirolese è sempre stata permeata dalla presenza di sentimenti nazionalsocialisti – spiega lo storico – dall’ altra il successo a Bolzano di partiti come Casa Pound è dovuto proprio al ruolo svolto dai governi di destra nel processo di sdoganamento delle destre fasciste». E in tutto questo, conclude Casagrande: «Persa la tradizione marxista che sapeva trovare i modi e le forme per organizzarsi, in Europa movimenti lepenisti e populisti trovano nella pancia della gente le risposte a quelle domande di lavoro e sicurezza che la sinistra non riesce più ad intercettare».