Pattinaggio, Nìcola Mayr: «Rovinata una carriera»

La pattinatrice di Collalbo era stata fermata prima delle Olimpiadi di Torino 2006 per aritmie a riposo

di Gianni Dalla Costa

BOLZANO. Non chiedetele se in Italia i controlli sono carenti o lacunosi. Sette anni dopo nei ricordi di Nìcola Mayr c’è ancora tanta rabbia. Era il novembre 2005 quando la pattinatrice di Collalbo venne fermata. A Calgary, Coppa del mondo con obiettivo qualificazione olimpica. Aritmie, conseguente sospensione dell’idoneità sportiva, ritorno a casa. Nìcola Mayr non ha mai ringraziato i medici che l’hanno fermata.

Più che a curarsi, in Italia ha lottato a lungo per riavere quel pezzo di carta che le consentisse di continuare la sua vita da atleta professionista. Battaglia persa.

«La commissione medica del Coni - ricorda Nìcola - non ha voluto sentir ragioni: e la mia vita di atleta professionista è finita».

Ne parla come se avesse subito un torto...

«Non ho mai accettato quella decisione. Mi fanno gli accertamenti a Roma da giugno a ottobre e mi fermano in febbraio prima della gara pre-olimpica. Ma sanno che vuol dire?»

Come l’ha presa da atleta?

«Senta: mi dicono che ho delle aritmie, ma io per andare alle Olimpiadi mi sono fatta un mazzo così. Senza mai avere alcun problema. E infatti tre giorni prima di partire per Calgary ero stata giudicata idonea. Delle aritmie registrate solo a riposo mi hanno cambiato la vita. Mi sono messa nelle mani del professor Furlanello, ho fatto tutti gli esami possibili e immaginabili. Non è mai saltato fuori niente. Ma l’idoneità non ha più voluta darmela nessuno».

Avrebbe gareggiato a suo rischio e pericolo?

«Io sì. Credo che in Italia i controlli siano fin troppo severi. Casi come quello del calciatore Morosini sono legati all’imponderabile. I controlli non c’entrano. All’estero atleti nelle mie condizioni sono stati giudicati idonei».

La sua esperienza cosa le fa dire?

«Che l’atleta va informato e basta. A decidere poi deve essere lui. E io avrei fatto in altro modo».

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