la storia

Bolzano: l’operaio che prima di morire cercò di impedire la strage del 3 maggio 1945

Le storie dei lavoratori fucilati dai tedeschi in Zona industriale il 3 maggio 1945. Walter Saudo aveva 60 anni La figlia: «Ho riconosciuto il corpo tra i cadaveri portatati a Cristo Re. Non mi sono più ripresa»

di Luca Fregona

BOLZANO. A 70 anni di distanza la giornata del 3 maggio 1945 resta inchiodata nella storia delle famiglie delle vittime. Per decenni sono state solo loro a tenere vivo il ricordo di quello che è accaduto. La strage degli operai. La strage dimenticata. Ancora oggi non è chiaro quanti operai siano stati fucilati in Zona industriale, nelle fabbriche e al muro della Lancia. Quanti nelle strade delle Semirurali e intorno a Piazza Matteotti. Quanti vittime di esecuzioni sommarie, e quanti negli scontri con i tedeschi in fuga. Il numero complessivo varia, a seconda delle fonti, dai 30 ai 41. L’elenco dei nomi è impreciso. Spesso non si sa, chi sia stato ucciso dove. Tassello dopo tassello stiamo cercando di dare un volto e una storia ai morti dimenticati.

VITTIME INNOCENTI. La memoria di quel giorno è affidata ai racconti dei sopravvissuti. E ai ricordi delle famiglie, tramandati di generazione in generazione. Manuela Menegolo è la nipote di Walter Saudo, uno degli operai rastrellati e messi al muro della Lancia. Conserva dei documenti preziosi che la mamma Giuliana Saudo, figlia di Walter, le ha affidato prima di morire due anni fa. Sono delle foto in bianco e nero del nonno, il “santino” funebre e un quadro fatto comporre dalle famiglie alcuni mesi dopo l’eccidio. Ci sono le foto di 24 persone uccise quel giorno in Zona e in altre strade della città. Walter Saudo era un operaio “anziano” ed esperto, un punto di riferimento per i compagni più giovani che cercava sempre di aiutare. Aveva 60 anni, lavorava alla Sida, una fabbrica che produceva serramenti e arredi in legno. La fabbrica oggi non esiste più. Si trovava all’attuale incrocio tra via Righi e via Pacinotti. Walter era arrivato a Bolzano insieme alla moglie Amalia e ai figli alla fine degli anni Trenta. Parlava benissimo il tedesco, era praticamente bilingue: aveva lavorato per molti anni in Germania, dove i genitori erano emigrati da Badia Polesine. «La morte di mio nonno - racconta la signora Manuela - è stata un trauma terribile per la nostra famiglia. È toccato a mia madre andare a riconoscere il corpo. Un’esperienza da cui non si è mai più ripresa. Era una ragazzina». Alla Sida, il 3 maggio, i tedeschi prendono almeno cinque persone: Walter Saudo, Andrea Cavattoni, Bruno Bovo, Duilio Gobbato e Antonio Peretto. Con un’altra ventina di lavoratori, vengono messi al muro della Lancia (oggi Iveco). Gli sparano col mitragliatore dalla torretta di un’autoblindo. Un’esecuzione. Una rappresaglia per alcuni soldati uccisi dai partigiani poco prima in via Volta.

È SEMPRE IERI. All’Archivio Storico Città di Bolzano esiste un documento eccezionale. Un’intervista video rilasciata da Giuliana Saudo nel 2006 alla storica Carla Giacomozzi. È il racconto del 3 maggio dalla prospettiva di chi, quel giorno, ha perso molto: un padre, un marito, una guida, un affetto profondo. «Mi sembra ieri che se ne è andato. - racconta Giuliana -. Pensi che la sera prima… Lui aveva una grande fantasia. Ci raccontava sempre delle storie. Delle favole meravigliose che inventava. La sera prima aveva iniziato a raccontarmene una nuova... Per me non sono passati 60 anni, ma è sempre ieri. Eravamo una famiglia molto unita. Ci amavamo. Eravamo tre figli, mamma e papà. Mio padre era un uomo stupendo. Gli piaceva suonare la fisarmonica e stare con noi. Per me quel giorno è finito tutto...». I Saudo abitavano in piazza Matteotti. «Quella mattina mio papà non voleva uscissimo di casa. Si sentiva sparare dappertutto. Lui era cresciuto in Germania, aveva fatto la prima guerra mondiale. Conosceva bene la guerra e i tedeschi. Diceva sempre: “I tedeschi sono le persone più care del mondo durante la pace, ma con la guerra non riconoscono più niente”». Il 3 maggio Walter Saudo deve andare alla Sida a portare le chiavi di alcuni capannoni. Uno scrupolo. I tedeschi stanno razziando le fabbriche, gli operai sono in ansia.

Walter Saudo ha un presentimento. «Le sue ultime parole sono state: “Io devo andare ma voi state chiusi dentro, è una brutta giornata. Vado e torno”. Invece non l’abbiamo più visto. Appena arrivato in fabbrica, lo hanno preso con gli altri. Dopo la guerra li hanno chiamati “partigiani” ma no... erano semplici lavoratori che andavano a fare il proprio dovere. Poi ci sarà stato anche qualche partigiano. Specialmente i ragazzi, perché sono morti anche dei ragazzi, ma la gran parte erano operai che non c’entravano niente».

QUELLA MATTINA. “Quella mattina” i tedeschi sparano anche in Piazza Matteotti e in via Torino. «Eravamo chiusi nel rifugio anti aereo sotto le case - ricorda Giuliana -. Ogni tanto si sentiva dire: hanno ammazzato un ragazzo..., hanno ucciso tizio, hanno sparato al tale...». Livio, il fratello minore, esce in strada per vedere cosa succede. Un amico lo ferma. «Ho sentito - gli dice - che tuo papà è stato colpito e lo hanno portato all'ospedale». Livio, preoccupato, corre subito in ospedale, in via Fago dove oggi c’è Villa Serena. Quando arriva, il padre è ancora vivo. Gravissimo ma cosciente. Walter affida al figlio tre messaggi. Il primo è per la moglie di Antonio Peretto, Emma. Antonio Peretto è morto sul camion durante il tragitto in ospedale, è stato colpito in testa e non ha mai ripreso conoscenza. «Prima che ci sparassero - sussurra Walter a Livio -, Antonio si è raccomandato: “Se tu riesci a vivere, salutami la Emma, salutami la Emma...”. Ora, Livio, devi farlo tu per me». (Saudo e Peretto erano molto amici, un legame che univa anche le famiglie). Walter sa che è finita, si preoccupa per la famiglia. Dice al figlio: «In cantina c'è una buca con un sasso sopra. Dentro c'è il mio libro di musica con un po' di soldi, vai a prenderli. Vi basteranno per un po’». Poi dice a Livio di andare “a chiamare subito la mamma e la Giuliana. Vai, corri”. E Livio corre.

«Ci voleva vedere prima di morire - racconta Giuliana nell’intervista a Carla Giacomozzi - , purtroppo non c’è riuscito». Livio porta il messaggio in piazza Matteotti. La mamma ha un malore. Tocca a Giuliana, accompagnata da un cugino, andare dal padre. «Quando sono arrivata a Villa Serena era appena spirato. L'unica consolazione è che prima è riuscito a confessarsi e fare la comunione, me lo ha detto don Daniele Longhi (sacerdote della Zona, protagonista della Resistenza, ndr). Don Daniele è stato vicino a mio padre fino alla fine. I medici mi hanno detto che è morto dissanguato. Quando sono arrivata, fuori dalla porta della stanza c'era sangue sul pavimento. Non mi hanno fatta entrare. Era stato colpito sulla schiena, all’altezza dei polmoni, nello stesso punto dove era stato ferito nella prima guerra mondiale. Ho tenuto la giacca forata dai proiettili per mesi, poi uno dei miei zii l'ha fatta sparire...». Troppo dolore.

I CORPI. Giuliana racconta ancora che il giorno seguente i corpi sono stati portati tutti a Cristo Re. «Chiunque avesse un familiare disperso andava lì a cercarlo. Era orribile. Io da quel giorno non sono più stata la stessa. Non sono più guarita. Sono andata a riconoscere il corpo di mio padre... Tutte queste bare... Ho iniziato a cercarlo da un punto che - per trovarlo - li ho dovuti vedere tutti. Si apriva una cassa dietro l’altra. Ce n'era uno che aveva la faccia devastata dalle pallottole. Erano tutti insieme, quelli che hanno ammazzato in Zona e gli altri. Scoperchiare tutte queste casse e non riuscire a trovare mio padre... mi ha segnata profondamente».

LA PREGHIERA. Le notizie sulla strage alla Lancia erano frammentarie, confuse, si confondevano con gli altri morti, le altre esecuzioni. «Ho saputo di preciso cosa è successo solo anni dopo da Bruno Bovo, uno dei sopravvissuti (la sua testimonianza è stata pubblicata sull’Alto Adige del 29 gennaio 2017, ndr). È stato Bruno a raccontarmi che li avevano presi e messi al muro davanti all'autoblindo. Mi ha detto che mio papà ha supplicato i soldati in tedesco di non sparare, ha spiegato che loro non c'entravano niente, che erano dei semplici lavoratori, ma quelli non ascoltavano... Bruno mi ha detto che quando hanno iniziato a mitragliare, si sono abbracciati... Ecco perché mio papà l'hanno preso dietro sulla schiena, si era girato...».

LA LAPIDE. I funerali dei morti del 3 maggio, racconta sempre Giuliana, si sono tenuti una decina di giorni dopo l’eccidio, con l’arrivo degli americani. «Li ha celebrati don Daniele. C’era tutta Bolzano». Dopo alcuni anni, alcune salme sono state riesumate e raccolte in una tomba comune dove è stata posta una lapide. «Mia madre - racconta Manuela Menegolo - si è battuta come una leonessa perché fosse tenuta sempre pulita e curata. Temeva per quando i figli dei morti non ci sarebbero stati più. Una richiesta che è stata accolta negli ultimi anni grazie all’interessamento dell’Archivio storico del Comune e della dottoressa Marcolin degli Uffici cimiteriali. Purtroppo, per il resto della città, sembra che i morti del 3 maggio non siano mai esistiti». Giuliana ha combattuto fino alla fine il dolore per quel papà tanto amato e tanto rimpianto. «Ho portato per anni un odio che mi ha tormentato, e non è mai sparito del tutto».