LA LETTERA

Il mio tempo  sospeso tra la malattia e il lungo addio

Una lettrice ci ha mandato questa lettera nell’anniversario della morte del marito. Una lettera “scritta di getto in una serata difficile”. Una lettera sincera, bella, anche dura. Per certi versi, una medicina.

Bolzano. Una lettrice ci ha mandato questa lettera nell’anniversario della morte del marito. Una lettera “scritta di getto in una serata difficile”. Una lettera sincera, bella, anche dura. Per certi versi, una medicina. Abbiamo deciso di pubblicarla perché quando l’argomento è la morte, è raro leggere parole così vere, così potenti, così “spietate”. Chiunque sia passato da una morte dolorosa, da una perdita inaspettata e devastante, che ha segnato un "prima" e un "dopo", lo sa. Il lutto spacca i sopravvissuti e le famiglie. Ci vogliono molto tempo e molta forza per elaborarlo. Per superare i sensi di colpa. Perché sì, ci sentiamo sempre in colpa (anche senza averne), per non aver voluto accettare i segnali della tragedia imminente. Ci sentiamo soli come si sente sola lei adesso. Ma questa lettera ci aiuta, apre una porta. Ne condividiamo il dolore. È il nostro dolore.

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Tempo sospeso

Entrare a far parte del reparto di Oncologia è un’esperienza forte. All’inizio ti sembra di essere un ospite. Guardate, sono qui, ma non è che sia il mio posto, sono qui solo per un disguido, per una sfortuna inaspettata, ma poi me ne vado. Non puoi credere ancora che quello è invece proprio il tuo posto, è proprio lì che sei destinato a passare i tuoi prossimi mesi. Tu e chi ti accompagna. La prima volta che siamo arrivati, sono entrata con una certa forza e una buona, direi anche inopportuna, dose di risolutezza. Qui c’è mio marito che sta male, quanto c’è da aspettare. Prenda il numero e si metta in fila. In effetti ti guardi intorno. Non siamo soli. Guarda, siamo come al supermercato, dice lui. Bene, siamo in numerosa compagnia, oggi, domani e per i mesi a venire.

Non potrei che spendere parole di elogio per il reparto. Umanità, disponibilità, professionalità, calore, ironia, amore nella cura. Prendi il numero, ma non sei un numero. I mesi che seguono sono un tempo non programmabile. Non sai mai se potrà fare il ciclo di chemio, prima le analisi. Non sai mai come reagirà: appetito, nausea, umore, forza. Una settimana di chemio, una di supporto, questo il solito il tran tran. Non sai mai se accompagnandolo alle sette di mattina riuscirà a camminare da solo fino al reparto e se lo dovrai accompagnare con la sedia a rotelle. Non sai mai quando e cosa vorrà mangiare per pranzo e cena. Ci sono le tante settimane del nulla, perché non mi va nulla, proprio nulla. C’è il giorno del “si va fuori a cena”. Prenoti, inviti amici. Mezzora prima di uscire, “non me la sento”, disdici. Impari a dire sempre di sì, a tutti i suoi desideri e progetti, anche quando sei distrutta dalla stanchezza, perché hai capito che tanto all’ultimo minuto probabilmente ti dirà che non ce la fa. Non si può programmare nulla. Si decide di giorno in giorno, si guarda di ora in ora.

Giorni bellissimi, giorni da dimenticare, ore buone, ore tremende. Così. Un’altalena quotidiana e costante. Una famiglia da gestire. Due figli adolescenti da guardare e che seguono per loro stessa sopravvivenza con altalenante indifferenza e partecipazione l’evolversi delle giornate. Ma anche tanta speranza. Nuovi esami rincuoranti, un’insperata ripresa fisica, un suo ritorno al lavoro per un breve periodo, una cena fuori con amici, risate dimenticate da tempo, un programma alla televisione guardato finalmente insieme, un agognato cinema, una vacanza programmata per la primavera, il suo computer pieno, traboccante direi, di progetti lavorativi per l’anno a venire. Poi, di nuovo, la discesa.

Tempo regalato

Peggioramento. Nuove analisi. È necessario cambiare terapia. Lui non sta affatto bene e chiede di essere ricoverato per iniziare la nuova cura con un po’ più di forze. Io ho il primo colloquio da sola a tu per tu con un medico. Mai lasciato da solo per mesi per un controllo, per una visita, ora per la prima volta da sola. E per la prima volta chiedo com’è la situazione.

Grave, nessuna speranza di guarigione, come era chiaro fin dall’inizio; 5,6 mesi al massimo, la terapia serve solo per prolungargli la vita in modo dignitoso come abbiamo fatto fino ad ora. Chiaro fin dall’inizio, chiaro fin dall’inizio… Ma chiaro per chi? Funziona così, o almeno a noi è successo così. Se tu non lo chiedi espressamente nessuno ti dirà che sei destinato a morire. E noi la domanda diretta non l’abbiamo fatta. Forse pensavano che la situazione fosse evidente, che bastasse “googlare” per avere il responso, ma posso garantire che nel famoso tempo sospeso la tua lucidità viene meno, vivi proprio alla giornata, perché prima c’è lo shock della diagnosi, poi l’operazione, ogni giorno c’è un nuovo esame, poi c’è da aspettare, ora le nuove analisi sono confortanti…. tutto così veloce, una manciata di mesi, tutto così inaspettato. Non puoi ancora credere che stia capitando proprio a lui, a me, a noi. Mi hanno chiesto, possibile che tu non lo avessi capito? Non avevo un dubbio, avevo il tarlo costante come probabilmente lo aveva lui.

Quando la parola cancro entra nella tua vita come si fa a non temere il peggio. Ma per sopravvivere alle faticose giornate il tuo bel tarlo viene relegato in un angolo e cerchi di guardare avanti , per te e per la tua famiglia, con ottimismo. Ora però che la bomba è arrivata che devo fare? Devo dirglielo? Devo dirlo ai miei figli? Torno a casa. Mi concedo un giorno di pausa, riflessione, digerimento.

Manca poco a Natale, l’ultimo Natale con lui. La mia bimba mi dice di voler preparare l’albero e il presepe per fare una sorpresa al papi quando l’indomani tornerà a casa dall’ospedale. Il giorno dopo lui muore per inaspettate complicazioni.

Tornare a casa, i figli che lo aspettano e dover trovare invece le parole per dire loro che il papà se ne è andato per sempre.

È stato un atto di clemenza, mi dicono i medici, visto il periodo di terribile sofferenza che lo avrebbe aspettato. Meglio che non abbia saputo niente della sua aspettativa di vita, ha vissuto gli ultimi mesi in una beata ignoranza, con speranza, conducendo una vita quasi normale ed essendo trattato dai suoi cari da persona malata, non destinata a morire. È stato un tempo regalato.

Tempo sottratto

Già. Un tempo regalato. Per lui. Ma per chi rimane? Quante brochure informative per l’assistenza psicologica ai malati e famigliari avevo preso in quei mesi uscendo nei giorni bui dal reparto di oncologia, buttati regolarmente nel cestino perché non era ancora il momento, perché un giorno sì, un giorno no, tutto andava comunque abbastanza bene, perché comunque nessuno mi aveva ancora detto niente. Due figli. Orfani, non preparati in nessun modo. Accuse dal mio ragazzo, reiterate per un lungo periodo. Lo sapevi e non mi hai detto niente. La mia bimba, avrei voluto dirgli ancora tante cose.

Tempo sottratto. Alcuni nodi che in un sano, quasi trentennale, rapporto ci sono in ogni coppia e che rimangono insoluti, congelati, perché il tempo sospeso della malattia ha preso il sopravvento e non ti ha permesso di chiarire. Ma per te sono pur sempre lì e ti chiedi chi ti ha tolto il tempo e il diritto di sciogliere.

Tempo sottratto. Una richiesta di trasferimento dal mio amato posto di lavoro, perché, se va avanti così, non ce la faccio a fare tutto lavorando fuori città. Trasferimento ottenuto. Peccato: lui era già morto. Un altro cambiamento. Tempo sottratto. Oltre al penoso marasma burocratico che segue la morte, preoccupazioni finanziarie. Tutto bloccato per mesi, con due figli minorenni ancora peggio. Situazione che almeno in parte avremmo, avrebbe sicuramente sistemato se solo avesse saputo. Tempo sottratto. Una 104 chiesta e subito ottenuta, nonostante le sue continue rimostranze, perché era sempre fiducioso in un miglioramento, di cui io non ho praticamente mai usufruito. E’ troppo presto, ce la faccio, funziona ancora tutto. Ironia della sorte: una telefonata al mio datore di lavoro pochi giorni prima che lui se ne andasse. Dopo Natale prendo un permesso. Ora gestire tutto è veramente impossibile.

Ma, mi sia concessa un po’ di retorica che lui odiava tanto, avendo saputo la reale situazione non sarei stata a casa subito, per stargli più vicina, per godermi in ogni modo con lui il tempo che rimaneva, per avere la tranquillità di parlare con lui, per confermargli che non avrei potuto desiderare un compagno di vita migliore? E per sentirmelo dire magari anche da lui.

Perché le parole a fine vita sono importanti. Tempo sottratto. E lui. Già lui. Se ne è andato senza neanche accorgersene. Un regalo, come mi è stato detto. La morte che tutti, credo, desideriamo. Ma non è stato un infarto, un incidente. Chi può dirmi che in realtà lui, conoscendo la verità, non avrebbe voluto lasciare una qualche eredità, sistemare alcune importanti questioni, parlare con me o con i suoi figli, decidere qualcosa, regalare a me e loro, come era capace di fare, qualche pillola di saggezza per affrontare il nostro futuro senza di lui?

Alla fine la mia domanda è questa: che cos’è più importante, il tempo regalato o il tempo sottratto?

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