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Lido di Bolzano, trentenni a capo delle bande di ragazzini molesti

Le verifiche del Comune: gang di minorenni guidate e manipolate da uomini adulti. L'assessore Andriollo: «Il fenomeno va affrontato con strumenti repressivi, non si tratta più solo di adolescenti da “educare”»



BOLZANO. Il daspo urbano è come il taser: ogni tanto emerge quale strumento salvifico. Ora tocca al lido. Bande giovanili tra le piscine, minacce, parole pesanti a slalomeggiare in mezzo agli asciugamani stesi al sole sull'erba. «Daspo? In realtà basterebbe applicare il regolamento» dice Angelo Gennaccaro, oggi assessore alle politiche giovanili, che rivà alla sua esperienza di cinque anni nell'impianto di viale Venezia. Conferma Juri Andriollo, assessore al sociale e allo sport: «Per entrare si paga il biglietto. Ci sono i sorveglianti. Se uno fa danni e si rende protagonista di brutti episodi viene segnalato e non entra più». Non servirebbe dunque alzare il livello della risposta repressiva: tutto esiste già in natura. Poi c’è una questione più complessa, che riguarda la gestione delle piccole e grandi bande giovanili».

Dall’estate scorsa, quando apparve d’improvviso una presenza sconosciuta in queste dimensioni (assalto alle auto in sosta, sfida aperta alla polizia) durante gli europei di calcio, si sono moltiplicate le segnalazioni di minacce e danneggiamenti, di comportamenti poco urbani non più posti in essere da singoli giovani ma gestiti da gruppi sempre più numerosi.

E il Lido è tra le palestre delle loro azioni: «Ma non è il Lido in sé - insiste Gennaccaro - ma il fatto che lì si radunano migliaia di persone. Episodi che possono accadere a Casanova o in corso Libertà, ora avvengono anche in quello che è un paese nella città, il quale, d'improvviso si trova ad avere la stessa popolazione di Terlano».

Nel caso, argomentano i due assessori, c’è sempre la possibilità di attivare le forze dell'ordine in caso di recidiva conclamata. Ma Juri Andriollo va oltre. E fa emergere un elemento in grado di mutare radicalmente la percezione che, di questi fenomeni, hanno anche i più tolleranti.

«Negli ultimi tempi i componenti di queste bande non sono più solo ragazzi in senso proprio. Dai 15 anni in su, massimo fino ai 20. No, sempre più spesso giungono segnalazioni di trentenni e più che coordinano questi gruppi, li istigano e li affiancano nelle loro scorribande. Questo ci fa pensare a un nuovo tipo di risposte». In sostanza, anche adulti sono stati visti integrare e spesso anche superare come presenza i più giovani nei blitz contro persone o cose.

«Vengono dai quartieri ma non solo - commenta l’assessore al sociale - sono composti da stranieri ma non soltanto, da italiani con background migratorio o anche da italiani tout court. E il fatto che si tratti ormai anche di adulti ci fa spostare la risposta da misure che possano incidere sulla scuola, sull’istruzione o sulle famiglie ad atteggiamenti repressivi più duri. Perché ognuno, da adulto, dovrà assumersi le sue responsabilità».

Traduzione: non si può più pensare che non capiscano quello che stanno facendo. Questa evidenza cambia sostanzialmente lo scenario. E sta inducendo i responsabili del sociale e delle politiche giovanili a chiedere interventi più coordinati tra uffici e tra gli uffici e le forze dell’ordine. Dove non si agisca soltanto sul piano delle politiche famigliari o scolastiche ma ben dentro le dinamiche della microcriminalità diffusa. Da una risposta di tipo sociale, in sostanza, si sta per giungere ad una risposta pienamente repressiva.

«In gran parte sappiamo chi sono, anche da dove provengono - aggiunge l'assessore dem - ci sono testimonianze della presenza di questi adulti negli ultimi episodi segnalatici. Non solo non possiamo più aspettare a muoverci ma non possiamo più tollerare». Un mutamento si scenario, questo, che entrerà anche nel dibattito apertosi sulla gestione dei luoghi a rischio.

















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