Bolzano

Oggi compie 100 anni la dottoressa Zallinger, tra le prime donne medico 

Il 22 febbraio è il compleanno della dottoressa Marianne Zallinger: un secolo, una vita dedicata ai suoi pazienti

di Pierpaolo Dalla Vecchia

BOLZANO. Oggi 22 febbraio 2021, è il compleanno della dottoressa Marianne Zallinger: 100 anni, una vita dedicata ai suoi pazienti. Conosciutissima, è una delle personalità più interessanti dell'Alto Adige.

Ascoltandola, si intuisce e si ripercorre un passato pieno di storia, di avvenimenti, di memorie, che tracciano il percorso di una “grande donna”, fino ai giorni nostri. La vedo spesso camminare nelle vicinanze della sua abitazione di piazza Mazzini, insieme alla sua accompagnatrice Elena: passo deciso, sicuro, senza nessuna esitazione. Mi fermo e la saluto cordialmente. Dico il mio nome, Pierpaolo Dalla Vecchia; sono un suo paziente, (anche mia moglie lo era, e tutta la sua famiglia). Non mi sento di dire “ex paziente”, perché la dottoressa Marianne è rimasta nella memoria e nel mio cuore sempre.

Lei subito abbozza un sorriso, sereno e gioioso. Mi guarda compiaciuta, come se avessi rimosso dei ricordi a lei tanto cari. «La mia testa - dice facendo il gesto con le mani -, gira un po’ dove vuole, alla mia età. Sono sempre contenta quando un paziente si ricorda di me».

Dopo vari incontri le propongo un’intervista (so che è una donna molto riservata). Questa volta accetta con una risata liberatoria contro ogni mia aspettativa. «D’accordo, - dice - l’aspetto al ristorante Telser in galleria dove mangio abitualmente». – Con uno sguardo si rivolge ad Elena per fissare l’ora, stabiliamo insieme alle 12. Arrivo un po’ in anticipo, mi accomodo al tavolo a lei riservato ed attendo.

Puntualmente arriva, si guarda attorno e mi vede seduto, mi saluta cordialmente. «Ecco, possiamo cominciare sono pronta, se la memoria mi assiste, proverò a rispondere alle sue domande ».

E così, ho il privilegio e l’emozione di intrattenermi con la dottoressa Marianne Zallinger. le chiedo di quando era bambina, della sua famiglia, dei suoi interessi. «Sono nata a Merano il 22 febbraio 1921 - racconta -, appartengo ad una famiglia nobiliare gli Zallinger-Thurn, ricordo che l’estate la passavo a Maria Himmelfahrt sull’altipiano del Renon, dove avevamo una casa».

Padre avvocato, un’antica casata di giuristi, alcuni occupano un posto d’onore nelle enciclopedie specializzate. «L’arco che si trova in via Streiter a Bolzano apparteneva alla mia famiglia. Gli Zallinger erano originari di Augsburg in Germania». Negli anni ’30, al padre, che aveva uno dei più rinomati studi legali della regione, è stato negato il permesso di lavoro, allora tutta la famiglia è andata a Salisburgo, dove avevano parenti. «Ai tempi in cui era bambina, l’Europa precipitava nel baratro. Ero una giovane ragazza quando il fascismo ci costrinse a cercare riparo in Austria».

La mamma ammalata di sclerosi multipla, è un’ottima pianista. Il fratello della madre, Meinhard era un importante direttore d’orchestra alla Staatsoper di Monaco di Baviera. «Mi invitava spesso ai concerti. Da bambina, la mia grande passione era il pianoforte. Era il mio unico hobby; quando ero piccola ascoltavo suonare la mamma».

A Salisburgo Marianne frequenta prima una scuola al Nonnberg, e dopo l’istituto Zangberg in Baviera. Una così detta “Höhere-Töchter-Schuler” delle suore salesiane, dove per tre giorni la settimana si parlava francese, e per altri tre giorni l’inglese. «A Salisburgo mi sono diplomata in pianoforte nel nel prestigiosissimo “Mozarteum, ma la musica per me era solo un hobby. Avevo chiaro sin da subito cosa volevo fare da “grande”: il medico».

Inizia un periodo molto difficile per la famiglia Zallinger. Quando ha solo 12 anni, Marianne perde la madre. Il fratello maggiore, Berhard, viene ucciso nella seconda guerra mondiale. Un altro fratello, Heinz, muore in un incidente. Il padre si risposa, e nel 1940 nasce Adelheid detta Heidi o Màuschen. (Heidi ha lavorato con Nicolò Rasmo alla tutela delle belle arti di Trento, e più tardi, con l’Intendenza di Verona, è morta a Bolzano nel 1983). La vocazione per la medicina arriva presto, quando era ancora una ragazza. Una scelta che si rinforza tra le rovine della guerra.

È tra le macerie dei bombardamenti, che questa donna minuta e dai grandi occhi azzurri, inizia a prestare aiuto. Si laurea alla Facoltà di medicina a Vienna. Dopo la guerra, Marianne rientra in Alto Adige e vive presso parenti. Supera l’esame di stato a Bologna. Inizia subito la professione a Bolzano. Medico di base sotto i Portici, poi in piazza Vittoria, infine lo studio “storico” in piazza Mazzini.

Cosa rappresentavano per lei i suoi pazienti? Che rapporto aveva con loro? «La mia vera vocazione è stata sempre la medicina. Ho sempre saputo fin da ragazza, che volevo essere un medico, un bravo medico, e aiutare gli altri con tutte le mie forze. I pazienti sono sempre stati al primo posto, erano la mia vita». Una delle prime donne medico (e una delle rare laureate), che ha curato centinaia di persone, occupandosi anche di monitorare lo stato di salute pubblica per le istituzioni sanitarie e comunali. Era nobile sì. Ma nobile d’animo. Il paziente per lei non è mai stato un numero, ma una persona da guarire e da conoscere, da ascoltare, da incoraggiare. Fermezza e sempre tanta umanità, presenza costante. «Quante volte - racconta-, di notte squillava il telefono e partivo. Molti pazienti abitavano anche in montagna. Quante notti…».

La dottoressa Zallinger ha continuato a visitare pazienti fino a pochi anni fa. Come sua abitudine, li seguiva anche nei ricoveri ospedalieri. In occasione di un mio ricovero in ospedale venne a trovarmi, mi chiese come stavo, e mi disse che si era già informata dai colleghi della mia situazione.

«Si doveva avere anche allora tanta conoscenza, - prosegue - studiare, approfondire. Non era sempre facile avere informazioni scientifiche, ma si cercava comunque di essere sempre aggiornati e preparati. La professione oggi è cambiata: molti medici sono diventati come degli impiegati, lavorano a tavolino. Certo ci sono altre risorse, medicinali più efficaci, e poi il computer. Noi si andava a casa, si parlava con il malato, lo si conosceva non solo clinicamente. Penso che il medico debba mantenere un rapporto umano e particolare, senza mai dimenticare la vocazione che gli ha permesso di scegliere la professione».

Ricorda qualche aneddoto, un particolare che le è rimasto impresso? «Non è cambiato niente: mi è rimasto il ricordo di allora come oggi, i miei pazienti li porto tutti nel mio cuore». Ci stiamo avvicinando alla fine della nostra conversazione, mi guarda con i suoi occhi azzurri. Un’ultima domanda: rifarebbe ancora la professione di medico, ha qualche rimpianto?

«A 100 anni le forze non mi sorreggono, e da alcuni anni non esercito più. Ho dato tutto. E quanta fatica. Ma sono contenta. Rifarei tutto. Non ho rimpianti». Si alza, e gentilmente mi saluta con la sua solita cordialità; la ringrazio della cortesia che mi ha riservato, e le porgo un augurio di cuore per i suoi meravigliosi 100 anni. La sua dedizione è stata e dovrebbe essere d’esempio per tutti, e non solo per i medici di oggi.

*paziente della dottoressa Zallinger e coautore con Lidia Menapace del libro “Chefarepunto”.