La storia

Massimo Santoro, il giovane maestro che fa rinascere un antico maso con erbe e pecore 

Il lavoro e la scelta di vita: con la fidanzata e una coppia di amici, il docente ha affittato e risanato una struttura abbandonata. Coltivano bacche e rilanciano la razza della «Roccia Alpina»



FORTEZZA. Presto le pecore della Roccia Alpina, una razza quasi estinta che discende dalla antica pecora della Torba, torneranno a pascolare nel maso/fattoria Stampferhof a Riot, nei pressi di Fortezza. Questo, grazie al giovane imprenditore Massimo Santoro, alla sua compagna e a una coppia di amici, che hanno preso in affitto dalla Fondazione “Augustiner Kuran” un maso abbandonato da 25 anni, lo hanno ristrutturato e hanno iniziato a coltivare erbe e bacche accogliendo anche le pecore.

Non una decisione facile, quella di Santoro, che un lavoro lo avrebbe, essendo un maestro. Una sfida nella sfida, dato che a metà degli anni ’80 in provincia di Bolzano questa specie di pecora si era ridotta a pochissimi capi (solo dal 1991 ogni allevatore deve tenere un registro con le caratteristiche di ogni capo presente nel proprio allevamento).

«Da qualche tempo abbiamo in gregge anche la razza di pecora della Roccia Alpina, una razza che un tempo era diffusa quasi ovunque lungo la dorsale principale delle Alpi ed era molto apprezzata per la sua robustezza, la sua carne e la lana eccezionale. In seguito, ha dovuto cedere il passo, come spesso accade, a razze più orientate alle prestazioni. Con la nostra operazione - spiega Santoro nella sua pagina Facebook - ci siamo prefissi di ridare importanza a questa meravigliosa pecora e di diffonderla attraverso l’allevamento».

L’allevatore recentemente ha rilasciato un’intervista a Rai Südtirol spiegando le coordinate di questa preziosa iniziativa che contrasta lo spopolamento della montagna, in particolare da parte dei giovani sempre più attratti dalle luci della città.

«La nostra iniziativa è nata subito con un problema. Infatti, se è vero che in Alto Adige ci sono molti masi, è anche vero che di solito rappresentano un patrimonio familiare ceduto con molta difficoltà dai proprietari - dice ancora Santoro - e quando capita il prezzo di vendita supera di molto le capacità di acquisto di una coppia giovane, come nel nostro caso. Alla fine abbiamo potuto affittare un maso abbandonato da diversi anni e, una volta entrati, è stato necessario ristrutturarlo. Molte le ore e moltissimo il lavoro necessari per riportarlo in vita, ma devo dire che ora iniziamo a godere dei frutti del nostro impegno e la sensazione del vivere in una casa storica, dove i secoli trascorsi si sentono, è qualcosa che ripaga di tutta questa fatica».

Santoro racconta in modo molto poetico il sapore di un’avventura vissuta assieme alla sua compagna e agli amici: «In questa casa, quando piove si sente la pioggia, quando c’è vento si sente il vento, insomma si è a contatto con la natura primordiale come non può accadere ad esempio in città», ha sintetizzato Santoro, che dopo il suo esordio nel mondo dell’agricoltura non ha smesso di lavorare come responsabile di un asilo nel bosco, ovvero una tipologia di scuola dell’infanzia che si svolge principalmente all’aperto ed è rivolta a bambini tra i due e i cinque anni.

«Combinare il tutto non è facile - conclude – come operatore dell’asilo ho diverse responsabilità, ma anche come gestore di un maso ci sono questioni che devono essere prese molto sul serio, soprattutto in questa fase iniziale caratterizzata dai lavori di restauro della struttura. Ora, c’è da lavorare per produrre i nostri prodotti, ma confido nella collaborazione in essere con l’Abbazia di Novacella, che metterà in vendita il frutto del nostro lavoro in un accordo di dare-avere che credo possa essere positivo anche per l’intera collettività». J.M.

















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