Arte

In mostra a Bolzano l’opera “favorita”

My favourite work è il titolo della collettiva negli spazi della Galleria Casciaro e nel vicino Parco dei Cappuccini. A scegliere il lavoro da esporre gli stessi artisti interpellati: un quadro, un’installazione, una scultura che rappresenti il senso di un impegno


Paolo Campostrini


BOLZANO. Se un cerchio di metallo è rosso e ha delle volute che più grandi non si può, difficile che sia di qualcuno diverso da Eduard Habicher. E su questo non ci piove. Ma cosa ci fa un suo cerchio al parco dei Cappuccini? E perché appare nelle vicinanze anche una figura sdraiata e oversize che non può non essere che di Lois Anvidalfarei?

Insomma sta accadendo qualcosa di inedito in quello spazio verde da anni in cerca di una nuova identità possibile, forse solo ora alla vigilia di una attesa riqualificazione. E l'inedito non sta nel fatto che ce li ha messi la galleria Casciaro, non nuova a queste estensioni delle proprie esposizioni. L'inedito è nel contenuto stesso della rassegna.

Che nasce da un'idea: far scegliere agli stessi autori un'opera. Ma che sia stata, per loro, determinante. Magari non la prima e neppure l'ultima, probabilmente non la più bella o la favorita ma una realizzazione che, d'istinto, sia quella che serve ora, per offrire il senso di un impegno. Ora e non domani o ieri. "My favourite work" è il titolo di questa nuova collettiva (fino al 10 settembre). Che ha un'altra caratteristica: raduna una grande squadra.

I nomi sono quelli della falange Goethe, dai tempi della galleria storica in via della Mostra. Con i quali, prima i genitori ed ora Alessandro Casciaro, hanno dialogato per decenni. Scoprendoli, riscoprendoli, affiancandoli nei loro percorsi, dialogando sul senso delle opere e guidandosi reciprocamente anche nel mondo dei collezionisti. I quali nomi sono forse la prima linea di fila della produzione artistica altoatesina.

Gente di frontiera. Non solo per collocazione territoriale. Ma soprattutto per indole. Per via di una ricerca mai doma di soluzioni coraggiose, di uso di materiali inattesi e difficili da maneggiare.

«Non è stato semplice farli aderire all'idea» confessano i galleristi. Perché sono tanti i "favoriti" nell'atelier di ogni artista. Qualunque opera è figlia di un sogno, sta dentro la memoria personale, è lì, stretta nel cuore di ognuno, anche se apparentemente meno riuscita o forse proprio per quello. Insomma, ce ne è voluta.

«Era come ammettere - spiega Alessandro Casciaro - che quella determinata opera, inconsciamente o no, ha sempre avuto un posto ufficiale». E farlo pubblicamente. Esponendosi nell'esposizione senza possibili mediazioni curatoriali.

E così Aron Demetz ha portato alla Casciaro "Nur die Winter zaehlend", mentre poco distante Sissa Micheli non poteva non far mancare un suo lavoro fotografico, che ora prende le sembianze di "I want to Be a Volcano", e ritrae un cappello fumante, che prese realmente fuoco anche più volte, suscitando il terrore del vicinato, il quale immaginava che l'intero palazzo stesse andando a fuoco; Margareth Dorigatti ha scelto un'opera molto privata: "Nascita di Venere". L'artista l'ha tenuta nascosta per molto tempo. Almeno ventisei anni reclusa nella sua camera da letto e ora "sconsacrata". E posta in uno spazio non più intimo. Le sarà costato. Come anche una delle opere più amate da Lois Anvidalfarei che, ancora una volta, ha avuto bisogno di essere collocata in uno spazio aperto. Duro l'attacco di Gotthard Bonell all'immoralità dei nostri contesti politici e sociali, mentre Peter Senoner non rinuncia a denunciare la presenza dei mutamenti climatici e la possibilità che sia l'arte forse la sola in grado di individuare una via d'uscita, indicandoci una strada possibile.

Ambiente indagato anche da Josef Rainer, capace di far interagire col suo lavoro anche le laboriose api. Autentica arma naturale a difesa del pianeta. Leander Schwazer ha deciso di richiamare la sua scultura-bozzolo, che appare come un gigantesco alveare.

E poi Habicher che ripopola il parco dei Cappuccini col suo inno metallico alle infinite possibilità dell'uomo di salvare se stesso e la terra su cui abita: e ha portato il suo "RialzaMento". In sostanza: su con la vita. Ad alzare lo sguardo invita anche Arnold M. Dall'O ma andando a ritroso per ritrovare anche, nel mare dei ricordi, i frammenti più recuperabili.

E non poteva mancare Robert Pan. Uno degli alfieri della galleria, reduce da una grande personale appena conclusa. In una installazione ad alto tasso poetico, non ha rinunciato a mettersi a nudo. Accumulando strumenti e abiti da lavoro, camici e grembiuli, ma tutti carichi di residui di resina e degli infiniti materiali che Pan ha sperimentato nel corso degli anni, trasformando il suo laboratorio in una fucina di Efesto, dove al posto delle incudini e dei martelli si spargono i materiali del nuovo mondo, tra chimica e invenzione.

















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