Atleti Usa dopati ma protetti da certificati medici

Un gruppo di hacker informatici ha violato il database della Wada. Coinvolte la Williams e la Biles


di Carmelo Prestisimone


L’attacco informatico al sito canadese dell’agenzia mondiale antidoping proviene dall’Europa dell’est. Base polacca, pirati probabilmente russi e “vittime” americane. Di successo, prestigiose come la tennista Serena Williams, la ginnasta Simone Biles e la cestista Elena Delle Donne.

Diversi hacker il 13 agosto avrebbero violato i server della Wada riuscendo a penetrare nelle voci delle schede Adams che contengono gli spostamenti e i dati relativi ai controlli degli atleti. Mezzo giga di dati, proveniente da oltre tremila indirizzi mail, scoperto e analizzato per poi ricavare nei dettagli e conseguentemente denunciare alcune anomalie che riguardano le campionesse viste e apprezzate alle recenti Olimpiadi di Rio de Janeiro. Test positivi prima e durante i Giochi risulterebbero annullati dopo aver prodotto alcune autorizzazioni terapeutiche (Tue) per curare malattie in corso.

Il Tue consente agli atleti di far uso di sostanze dopanti quando non c’è la cura con farmaci non inseriti nella lista Wada. Un’invasione nei dati sensibili degli atleti che denuncia tutta la fragilità del sistema informatico della Wada dove chi può riesce ad entrare con tanta, troppa, facilità da qualsiasi device: tablet, smartphone o notebook.

Individuare cioè ogni tipo di movimento, trasferimento e controllo di un pallavolista piuttosto che un pallanuotista inerente quindi la sua condizione medica è un reato perché si tratta di una gravissima violazione della privacy. L’altro effetto dell’attacco è che ora potrebbero venir fuori nuovi e eclatanti casi. Con nuovi Tue magari di diversa natura e su cui le federazioni mantengono il più stretto riserbo. Le autorizzazioni potrebbero essere molte di più di quanto s’immagini e potrebbero anche aver previsto l’uso di farmaci potenti.

E poi un dubbio sull’entità delle malattie: vere, reali o fantomatiche? Attenendoci a un documento che circola su Twitter - e che sarebbe stato postato da qualche emissario degli hacker - nelle urine di Simone Biles sarebbe stato rinvenuto durante un controllo sostenuto l’11 agosto - quindi in pieno svolgimento delle Olimpiadi - del metilfenidato (MPH). Si tratta di una molecola psicostimolante con una struttura simile a quella delle amfetamine che tampona anche i dolori muscolari.

Il farmaco trova anche indicazione in medicina e in neuropsichiatria per il trattamento del disturbo da deficit dell’attenzione e dell’iperattività. Per Serena Williams invece il principio attivo sarebbe il prednisone ovvero un corticosteroide usato come antidolorifico che la tennista è autorizzata a usare una volta al giorno in un dosaggio importante.

La deduzione porterebbe a una pista chiara già scoperta nel caso di un’altra tennista come la Sharapova che ha fatto uso del Meldonium: un certificato medico rilasciato a un atleta verrebbe usato per nascondere l’uso già consumato di sostanze dopanti. Il motore dello scandalo partirebbe dalla federazione internazionale di ginnastica. Se la Biles dovesse poi risultare dopata allora la nostra Vanessa Ferrari conquisterebbe la medaglia bronzo.

Una trauma che non sappiamo fino a quanto produrrebbe una gioia autentica.

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