CINEMA»IL DOCUMENTARIO IN PROGRAMMA AL FILMCLUB

di Fabio Zamboni Donne senza figli, un tema curioso per un film documentario. Con un titolo intrigante, la versione sarda dell’ aggettivo lunatiche: con “Lunàdigas” in Sardegna si indicano le pecore...

di Fabio Zamboni

di Fabio Zamboni

Donne senza figli, un tema curioso per un film documentario. Con un titolo intrigante, la versione sarda dell’ aggettivo lunatiche: con “Lunàdigas” in Sardegna si indicano le pecore che pur non essendo sterili non figliano. Titolo perfetto, oltretutto con un alone di mistero, per un fenomeno che in Italia lo è davvero, fenomeno: siamo il Paese europeo col maggior numero di donne senza figli.

Il film è uscito nel 2016 e ora approda a Bolzano, grazie anche al fatto che una delle due autrici - Nicoletta Nesler. L'altra è la sarda Marilisa Piga - è bolzanina. Domani, mercoledì 18 ottobre alle 20 verrà proiettato al Filmclub (prenotazioni: 0471- 059090). Abbiamo chiesto all’ autrice e regista Nicoletta Nesler, che sarà presente alla proiezione, di parlarci del suo documentario.

Come nasce l’ idea: è autobiografica?

«Da trent'anni insieme al mio gruppo di lavoro cagliaritano e alla mia compagna di lavoro Marilisa Piga affrontiamo soprattutto temi per i quali è complesso trovare un linguaggio, o temi poco frequentati, come la disabilità alla quale avevamo dedicato una serie per RaiTre. Dieci anni fa ci siamo accorte che il tema che ci interessava di più era quello che ci riguardava, il nostro essere donne senza figli, il fatto che fosse difficile spiegare perché eravamo senza figli. Un tema tabù, insomma. Ed è nato “Lunàdigas”».

Il film è uscito nel 2016 ma arriva solo ora a Bolzano. Come mai?

«I documentari nel primo anno di vita circuitano soprattutto nei festival. E poi incominciano a girare per le varie città, con incontri con il pubblico come avverrà anche a Bolzano. E poi va detto che non c’ è soltanto il film: abbiamo raccolto così tanto materiale da aver scelto di costruire anche un “web doc” che tutti possono consultare sul nostro sito www.lunàdigas.com e su Youtube la serie di “Monologhi impossibili” curati da Carlo A. Sborghi, fumetti legati a personaggi storici che presto diventeranno un libro. Sono il frutto della nostra bulimia produttiva...».

Sullo schermo donne di ogni età, donne famose e anonime, cento anni di esperienze che non sono bastati a eliminare certi pregiudizi. Donne ma anche qualche uomo: Moni Ovadia...

«Quelli sono presenti solo nel web doc. Perché gli uomini affrontano questo tema da un altro punto di vista, molto spesso demandando la loro condizione alla scelte delle loro compagne».

Testimonianze al servizio di un messaggio, di una rivendicazione di normalità?

«Certo. Diciamo che si apre un sipario su molteplici motivazioni delle donne, che sono tante e molteplici le impronte digitali. Anche per le donne stesse questo tema è rimasto troppo tempo sottotraccia e noi vogliamo dire che anche quelle che hanno scelto di non essere madri possono vivere una vita completa e soddisfacente».

Il messaggio più curioso, nel film, è forse quello di Margherita Hack quando dice che “Forse non abbiamo fatto figli perché siamo rimasti bambini”.

«Questa è una delle testimonianze più preziose. Lei in modo molto spiritoso dice che una delle motivazioni delle Lunàdigas è appunto la sindrome di Peter Pan, il non saper crescere o il far crescere sé stesse anziché qualcun altro».

Nel film ci sono anche testimonianze bolzanine, oltre a quella di Nicoletta Nesler. E c’ è l’ attrice Monica Trettel che invece è mamma.

«Sia Marilisa Piga sia io a un certo punto abbiamo fatto il salto oltre la siepe della nostra esperienza personale, e quindi è naturale che io ci abbia messo dentro le mie conoscenze ed esperienze bolzanine: quindi ho coinvolto ad esempio Lidia Menapace e Bruna Dal Lago Veneri, Heidegger e Paregger. Monica Trettel è mamma, è vero, e le abbiamo affidato l’ incarico di impersonare le donne protagoniste dei Monologhi impossibili».

Ma chi è Nicoletta Nesler, come diventa regista? Formazione bolzanina?

«Nata e cresciuta a Bolzano, ho lasciato la città per studiare a Firenze e poi viaggiare e risiedere in tante altre città. Autrice e regista, lavoro per Rai Cultura ma anche con il mio gruppo cagliaritano. Ho tenuto comunque un legame molto stretto con Bolzano e con amici e parenti. Quindi ci torno molto volentieri».

A proposito di Bolzano: qui le donne, soprattutto le sudtirolesi, fanno più figli che nel resto d’ Italia. Rischiate di avere meno spettatori e spettatrici?

«Non credo proprio. Anche perché noi abbiamo un sacco di contatti con donne che hanno figli. Con il film, non vogliamo assolutamente dire “Lunàdigas è meglio”, ma parlare e far parlare di un tema che dovrebbe appunto interessare a tutti e che è invece trascurato».