L'autonomia, un'Europa nell'Europa da trattare con cura

Ci sono punti d’arrivo. E ci sono punti di partenza. Il traguardo dell’autonomia è certo un punto d’arrivo, fatto di tappe importanti. Di momenti significativi. Di salite. Di discese. Soprattutto di dialogo. Di una diplomazia capace di smussare angoli, di superare incomprensioni. Di parole che leniscono ferite. Ma è anche un traguardo sempre in movimento, quello dell’autonomia. Per questo ciò che è successo sabato, prima a Castel Tirolo e poi in via Vanga e infine ai piedi di quello che un tempo era il muro del Lager di Bolzano, è in un certo senso un nuovo inizio. Un rovesciamento di sguardo. La diplomazia di oggi, almeno negli intenti, ha chiuso la stagione delle incomprensioni e delle rivendicazioni per muovere qualche passo nel futuro. Non c’è nulla di scontato. Né c’è mai stato, come dimostrano gli ultimi grossolani errori (la parola Alto Adige messa in discussione) e più di una strumentalizzazione. Ma sabato, forse per la prima volta, l’incontro fra i due presidenti d’Italia e Austria - Sergio Mattarella e Alexander Van der Bellen, due uomini di Stato, ma anche due signori, due amici - ha rappresentato un cambio di passo: una celebrazione che non si volta (solo) indietro ma che guarda (soprattutto) avanti. Senza dimenticare, ma con uno sguardo che profuma di nuovo. 
Introdotti dal presidente altoatesino Kompatscher, che è stato il primo a declinare in modo diverso il ricordo del trattato di Saint Germain (cent’anni fa) e l’approvazione del pacchetto (cinquant’anni fa), i due capi di Stato hanno spalancato le porte dell’avvenire. Dello stare insieme che prevale sul litigio, delle ragioni di ciò che unisce che superano quelle che dividono, che allontanano.
L’autonomia - come ha ben detto Komptascher - cambia in un certo senso identità. Meglio: la attualizza. Heimat diventa concetto certo d’appartenenza, ma anche d’apertura: perché l’appartenenza si può e si deve condividere. Identità si trasforma in parola che riguarda tutti gli abitanti di questa terra, nessuno escluso. La condivisione prende il posto della chiusura. E la casa comune non è più quella di chi si sente padrone, lasciando agli altri il ruolo degli ospiti. Ma è - e vuole con tutta la forza essere - la casa di tutti. Il luogo della convivenza reale. Essere un’Europa nell’Europa - almeno negli auspici - non è poi più uno slogan, ma una fotografia, un dato di fatto, qualcosa di acquisito, qualcosa di più del pur importante esempio da imitare e da esportare. «Perché il ricordo del dolore e delle ingiustizie del passato, sofferti particolarmente nell’incontro tra la dittatura nazista e quella fascista, spingono ad assicurare alle nuove generazioni pace, armoniosa convivenza, benessere individuale e collettivo», come ha detto Mattarella. Il presidente ha ricordato i periodi bui, la parentesi del terrorismo, ma anche l’intensa - e prevalente - collaborazione. Moro, nel solco di Degasperi (evocato più volte), disse che occorreva «procedere generando fiducia nella nostra lealtà e buona volontà». E quelle parole, citate sabato da Mattarella, spiegano forse meglio di molte altre l’autonomia di oggi, che - alla faccia di qualche estremista - è fatta proprio di fiducia, di lealtà e di buona volontà. 
Il presidente Van der Bellen ha posto lo sguardo su un’autonomia che è stata motore di sviluppo sociale ed economico (e con una battuta ha detto che la nostra terra ha superato l’Austria) e ha parlato di un concreto rispetto reciproco, che nasce dalla «capacità di anteporre ciò che unisce a ciò che divide».
Visto da Castel Tirolo e da via Resia, il futuro dell’autonomia ha un colore nuovo, diverso. Che va trattato con cura.