LA STORIA

Parco Stazione piange Big Man. «Seppellitemi da bolzanino» 

Addoul Nasser è stato assistito per tre settimane alle Cure  Palliative del S. Maurizio da volontari, medici e infermieri. Era scappato dal Niger nel 2011, da anni viveva in strada dopo le tante difficoltà  per i documenti. In tanti  al funerale a Oltrisarco: «Non riportatemi indietro». Il ricordo di Ermira kola

di Luca Fregona

Bolzano. Gli piacevano Bob Marley, i libri e i boschi di Caldaro. Ascoltava «Redemption Song» e leggeva Salman Rushdie. L’ha ucciso un tumore nel giro di tre settimane. Ha lasciato scritto di voler essere seppellito qui, a Bolzano. Perché, anche se dormiva a Parco Stazione e non aveva un tetto sulla testa, questa era la sua casa. Non voleva tornare indietro, in Niger, neanche da morto. «Avvisate mio fratello, e basta». Si chiamava Lawalli Gamdji Abdolu Nasser, ma tutti - volontari e i ragazzi del parco - lo conoscevano come Big Man. Un gigante buono alto quasi due metri. Aveva solo 46 anni. Gli ultimi dieci li aveva vissuti prima in fuga dal suo Paese, poi in strada da profugo e richiedente asilo. Un “invisibile” rimbalzato come un pacco sul muro di gomma dell’Europa. Dall’Italia alla Germania, dalla Germania all’Austria. Dall’Austria ancora in Italia. Era sbarcato in Sicilia sull’onda della primavera araba nel 2011. Aveva attraversato, due deserti e il mare in tempesta su un barcone. Aveva conosciuto la violenza dei trafficanti, la precarietà di chi può morire in ogni istante, la paura dei braccati, lo stress di chi deve sempre nascondersi, l’ossessione di non avere un lavoro regolare, una casa, e (spesso) da mangiare. Ma lui ci credeva: in Europa avrebbe trovato la libertà. Come in “Redemption Song” avrebbe spezzato le catene della schiavitù economica e delle opportunità negate. Avrebbe vinto il destino di una mano sbagliata...

Non è andata così. Per due volte è stato in chiuso in un Centro di permanenza per i rimpatri, una volta in Austria e l’altra a Bari. E per due volte i volontari, i suoi amici italiani, erano riusciti a farlo rilasciare anche per le sue condizioni di salute. Non aveva più ottenuto il permesso di soggiorno. Un fantasma senza documenti. La sua famiglia era parco Stazione. I ragazzi perduti e i volontari. Tutti gli volevano bene. Era un buono che sapeva stemperare le tensioni, calmare gli irrequieti. I suoi demoni alla fine però l’avevano divorato, accelerando la malattia. Le ultime tre settimane Big Man è stato accompagnato dai volontari e dalle volontarie che aiutano tutti i giorni i migranti abbandonati nelle strade di Bolzano. Si sono dati il cambio per non lasciarlo mai solo. È stato accudito amorevolmente da tutto il personale delle Cure Palliative del San Maurizio e dai volontari del “Papavero”. I volontari del Servizio Hospice della Caritas hanno esaudito il suo ultimo desiderio: vedere per l’ultima volta l’autunno che si specchia nel lago di Caldaro.



C’è ancora umanità su questa terra (e in Italia). Ieri è stato seppellito al cimitero di Bolzano su sua espressa volontà. Il Comune ha pagato le spese. C’erano i ragazzi di Parco Stazione, i volontari, i rappresentanti delle associazioni che lo avevano conosciuto nel corso degli anni. Era cristiano ed è stato sepolto - lui che con orgoglio si sentivo di Bolzano - in mezzo a “noi”. Finalmente uno di “noi”. La morte è una livella, diceva Totò. È triste pensare che in vita ci siano tante ingiustizie e differenze di opportunità. Ma è bello e consolatorio sapere, come si è visto ieri ai funerali, che esiste ancora chi è capace di empatia, resistenza, vicinanza, e non lascia spazio a razzismo, odio e pregiudizio. 



Di seguito pubblichiamo il ricordo tenuto ieri da Ermira Kola, volontaria di strada e amica di Big Man.



di Ermira Kola

Big Man, vorrei dedicarti qualche riga, ma tu sei intelligente e saprai già che se lo faccio è perché ne ho bisogno io.

Vorrei raccontare dei tuoi occhi grandi, perennemente rossi che ti scrutavano dentro seppur con discrezione.

Vorrei raccontare i tuoi ricordi del Niger, il tuo orgoglio di essere di Niamey. Vorrei raccontare un po’ della tua vita, se possibile con la discrezione che tanto amavi. Vorrei dire al mondo che sei morto a Bolzano, dopo 8 anni in Italia 7 dei quali passati in strada. E che quella strada non riuscì a scalfire la tua eleganza e soprattutto la tua bontà. La strada imbruttisce e quando proprio va bene ti si attacca addosso con il suo odore dannatamente riconoscibile.

Tu non ti sei fatto imbruttire, non so come tu ci sia riuscito.

Ho scoperto che amavi Salman Rushdie e la cosa mi colpì come mi colpisce ogni volta scoprire quanto siano infiniti i punti d’incontro tra gli umani.

Ti portai “Luka and the fire of life” per il tuo fuoco personale.

Mi raccontasti di essere stato in un CPR anche in Austria. Anche. Perché lo sei stato anche in Italia. Anche. Sei stato imprigionato due volte perché non avevi avuto le carte giuste.

E i punti d’incontro si allontanano inesorabilmente, la mia vita e la tua vita su due binari così dannatamente diversi che io non riesco manco ad immaginare. Tornai a casa decisa che piano piano avrei raccolto la tua storia di vita per poterla raccontare. Tornai. A casa.

Tu rimanesti in reparto. Cure palliative. La tua unica casa in Italia è stato quella stanza. La numero 8. Tornai l’altra mattina perché ci avvisarono che stavi morendo. E così è stato.

Sei morto velocemente come per non disturbare troppo le bianche straziate che ti stavano attorno.

Avevi parlato poco della morte, ma quando lo hai fatto hai detto chiaramente di voler essere sepolto a Bolzano.

“Bolzano è bella, Bolzano è la mia città”.

Bolzano ora dovrà finalmente darti un luogo tuo. Chissà se Bolzano imparerà la lezione di Nasser. C’eravamo solo noi intorno a te mentre morivi e a me questa cosa faceva impazzire.

Morire così lontano da casa e con così poco di casa intorno.

Poi sono arrivati i tuoi amici.

Piangevano, oh Nasser se piangevano quegli uomini di strada nel vederti immobile e ad occhi chiusi. Poi hanno detto, piano piano e con voce pacata: “Così è la vita.”