L'INCIDENTE DELL'ELISOCCORSO

«Ho chiamato i miei figli e ho detto loro: “Non torno più”»

Il racconto choc di Matteo Zucco, il medico precipitato con l’elicottero del 118: «Pensavo di avere 7 minuti di vita»

di Francesca Quattromani

TRENTO. «Ho una frequenza di 70 battiti per minuto una gittata cardiaca di 500 millilitri al minuto, 8 litri di sangue in pancia....Ho circa 7 minuti di vita dopo di che muoio dissanguato». Un calcolo lucidissimo. Matteo Zucco è medico rianimatore, il suo elicottero si è appena schiantato contro il monte Nambino, un membro dell’equipaggio lo ha allontanato dal mezzo, carico di benzina e lui è sdraiato sulla neve. Ha le braccia spappolate. Un telefono, serve un telefono. Una chiamata breve: «Papà è caduto con l’elicottero. Vi voglio bene. Non torno più». Cade la linea. I fiocchi grandi e morbidi sulla faccia. Matteo Zucco pensa: «Ecco, adesso è proprio finita».

Da un letto d’ospedale Matteo Zucco, sopravvissuto ma ferito al disastro di domenica 5 marzo rivive tutto, continuamente.

Come sta?

Sono vivo, questa è la cosa principale. Sono grato all'equipaggio che ha dimostrato sangue freddo e professionalità fuori dal comune. Ho avuto fortuna. Ho le braccia, entrambe, spappolate. La prognosi è di 6 - 8 mesi. Sarà un lento recupero.

Cosa è successo domenica 5 marzo?

Arriva la chiamata per una slavina a Madonna di Campiglio. Siamo partiti, c’erano due dispersi. Il tempo era brutto, peggiorava. Abbiamo razzolato, da una parte all'altra della valle, ma c’era un muro invalicabile. Il pilota ha provato a fare una rotta diversa, per aggirare nebbia e neve. Abbiamo visto i due dispersi che chiedevano aiuto. Erano già fuori dalla valanga, ma noi non sapevamo che erano stati estratti.

Dove vi trovavate?

A 2600 metri sul monte Nambino in mezzo alla neve appena caduta. Neve polverosa che, con il rotore dell'elicottero in atterraggio, si alza e provoca il fenomeno del “whiteout”: completo avvolgimento dell' elicottero nella neve e completo disorientamento del pilota. Sì, il pilota, Andrea Giacomoni, è stato molto bravo. Un primo avvicinamento... È stato difficile, poi ha riattaccato il whiteout, ha fatto un 360 gradi ed abbiamo provato a calare il verricello.

La nebbia, la neve...

Andrea ha deciso di provare un altro tipo di avvicinamento non in overing, in atterraggio, ma calando il verricello, calando il soccorso alpino.

È successo tutto lì, in pochi istanti...

Via radio ho sentito: “Molla, molla, sgancia, sgancia, non vedo più, non vedo, non vedo più”. Poi c’è stata una gran botta.

L’elicottero che si schianta contro il Nambino.

Ero legato ancora alle cinture, penzoloni con le braccia. Non le sentivo più le braccia. Le vedevo vedevo come staccate dal corpo, a tanti metri di distanza. Due cose informi.

Medico rianimatore, 20 anni di professione. Aveva capito...

Probabilmente mi si sono disarticolate le braccia, ho pensato. Ho detto a Cristina di stare tranquilla. Io sono morto, salvatevi voi.

Eravate ancora dentro l’elicottero.

L’elicottero era rovesciato, c’erano 750 kg di cherosene e il motore continuava ad andare. Fulgido ha spento gli interruttori, ha avuto sangue freddo. Mancava una persona, il verricellista, Andrea, Era sotto la neve, sotto l’elicottero.

Come ha fatto ad uscire dall’elicottero?

Mi hanno tirato fuori, Fulgido è stato eccezionale. Mi ha preso per le braccia, dalla pancia dell’elicottero. Ho sentito un dolore tremendo, allora sì ho sentito male. Le braccia erano rotte. Mi hanno buttato giù, spinto lontano dall’elicottero. Poteva esplodere. Ero sulla neve, volevo un telefono, ho chiamato i miei figli e ho detto “papà è caduto con l’elicottero, vi voglio bene, ma non torno più”. A quel punto è caduta la linea.

Aspettavate i soccorsi.

Il cielo si è aperto, è arrivato l’elicottero a caricare i dispersi e parte dell’equipaggio, Ho aspettato che tornassero a prendermi. Non ero solo, c’era il medico, Stefano De Napoli, c’era Cristina.

Era sdraiato sulla neve, a pochi metri dall’elicottero.

Non riuscivo a muovermi. E’ allora che è arrivata la pace. I fiocchi di neve sulla faccia, guardavo il cielo. In quel momento tutta la mia vita mi è passata davanti. Poi è arrivato l’elicottero e mi hanno portato via. Anche il pilota di questo secondo elicottero, Elvira Widmann è eccezionale, pochi avrebbero fatto quel che ha fatto lei, volare con quelle condizioni.

I due scialpinisti?

Sono venuti a trovarmi. Hanno detto solo “mi dispiace”.

E lei, oggi, che cosa dice?

Non siamo eroi, ma persone che lavorano, che hanno compagne e figli da cui tornare. Ci vuole rispetto. Non si scherza con la montagna.