Personaggi

«L'ultimo dei Mohicani»: Gianni Bodini racconta la “sua” Val Martello 

«Dopo aver girato mezzo mondo, tra le montagne ho trovato la mia patria»


Silvano Faggioni


MARTELLO. Magari provate a telefonare a “Chi l'ha visto?” . Se cercate un italiano in val Martello può darsi che salti fuori. Ufficialmente, di italiani in valle non ce ne sono. Di recente, però, sono stati “segnalati”due giovani del sud, un ragazzo e la fidanzata, in cerca di lavoro (lei lo avrebbe già trovato). Al momento non si può parlare di cittadini di lingua italiana, perché manca ancora la dichiarazione di appartenenza. Comunque sia, in questa magica “valle delle fragole” si può sempre contare su un ambasciatore, o console, o portavoce, chiamatelo come volete, che è italianissimo. Si chiama Gianni Bodini.

In Alto Adige è molto conosciuto, in particolare nel mondo di lingua tedesca. Fotografo, saggista e scrittore, guida turistica, archeologo e altro ancora, Gianni Bodini ha vissuto sette anni in val Martello, dal '78 all' '85. Lui e la moglie erano gli unici due italiani in zona. «Sono stati sette anni bellissimi- racconta Bodini- e non abbiamo mai provato quel disagio di cui tanto si parla. Conoscevamo poco il tedesco, ma comunque quanto bastava per comunicare».

L’arrivo in Val Martello.

«Sono nato per caso a Lasa in Val Venosta - racconta Bodini- perché mio padre lavorava per la Montecatini e lo mandavano di qua e di là. Così ho trascorso infanzia e adolescenza da nomade, per approdare infine a Milano, dove conobbi mia moglie». La vita di Gianni Bodini è stata movimentata e avventurosa fin da giovane: «Ho fatto diversi mestieri, ho girato mezza Europa, India, Kenya, finché a un certo punto decisi di sposarmi. Io e mia moglie pensammo di costruire una bella barca di 16 metri per raggiungere l'Antartide. Il progetto però... naufragò e allora decidemmo letteralmente di “svoltare”, ovvero di trasferirci in montagna, in Alto Adige.

Misi un annuncio sul “Dolomiten”: cercavamo una casa da acquistare in un posto tranquillo, che fosse però alla nostra portata. Fu così che arrivammo in Val Martello. Ci capitò infatti l'occasione di comprare un mulino diroccato. Il posto era proprio bello e l'idea di trasformare quel rudere in una calda dimora ci riempì d'entusiasmo. C'era molto da fare. Il mulino era senza luce e senza acqua potabile. Non potevamo certo utilizzare quella del torrente. Grazie all'esperienza acquisita durante la costruzione della barca, ebbi modo di sistemarlo e renderlo abitabile».

La fiducia.

«Avevo trent'anni- racconta Bodini - e avevo bisogno anche di fare qualche lavoretto. Mi aiutò il sindaco di Martello, che mi mandò a scaricare sacchi di sabbia per conto di una ditta edile. Un lavoro duro per il mio fisico non proprio robusto. Andai avanti per un po' di mesi, importanti per farmi conoscere meglio dalla gente del posto. Ci fu poi un episodio in particolare che fece capire, a me e a mia moglie, quanto fossimo stimati.

Un giorno venne da noi una coppia chiedendoci se potevamo occuparci dei loro due figli per qualche ora, il tempo di andare e tornare da Merano, dove avevano da sbrigare alcune cose. Una manifestazione di fiducia che ci riempì di gioia. Mia moglie intanto faceva esami su esami a Ca' Foscari a Venezia. Si laureò in lingue e riuscì così a trovare subito un posto di insegnante di seconda lingua a Silandro, dove ci trasferimmo nell'85. Dopo di noi non ci sono stati più italiani residenti in val Martello, salvo la breve presenza negli anni scorsi di due comandanti della stazione carabinieri. Di fatto posso proprio considerarmi l'ultimo dei Mohicani!»

Il richiamo della foresta.

Gianni Bodini, però, non ha mai lasciato veramente la valle. Troppo forte il legame affettivo che si è creato. E così continua a frequentarla per mantenere i rapporti con amici e conoscenti, rendendosi inoltre disponibile come guida per i turisti. Intanto, da parecchi anni, a Silandro, Bodini si è imposto all'attenzione di alcuni periodici di lingua tedesca, all'inizio come bravissimo fotografo e poi come saggista e scrittore.

Diversi i suoi libri che parlano dell'Alto Adige, dai Waalwege (le rogge d'acqua) alla flora, alla fauna, alle bellezze del Parco nazionale dello Stelvio che circonda la Val Martello. Gianni Bodini è diventato un nome anche all'estero. Attualmente sta seguendo in Egitto gli sviluppi di scavi archeologici che hanno portato alla luce una strada risalente all' epoca romana. Anni prima si era occupato anche dell'antica Via Claudia Augusta, che univa la Baviera all'Adriatico, passando proprio per la val Venosta.

In estate la valle si tinge di rosso.

Gianni Bodini è la persona più indicata per parlarci della val Martello : «Negli ultimi decenni è diventata famosa per le sue fragole, particolarmente saporite grazie al fatto che crescono a 1700 metri di altitudine, con escursioni termiche rilevanti. Per quanto riguarda la bellezza della natura non c'è che l'imbarazzo della scelta: siamo nel Parco dello Stelvio , con prati, boschi, un bel lago, cervi, caprioli, uccelli rapaci e sullo sfondo i ghiacciai, insomma un mondo da favola».

Da visitare, a tale proposito, il museo allestito nel comune di Martello che propone, tra l'altro, una rassegna di usi e costumi della valle. Passando invece alla storia, vale la pena di ricordare i due “simboli” che la caratterizzano, uno all'inizio e l'altro in cima. Il primo è il castello di Montani di Sopra (Obermontani, che si può ammirare solo da fuori (non sono previste visite al suo interno). Il castello è diventato famoso già parecchi secoli fa quando nella fessura di un muro venne rinvenuta una copia originale manoscritta della Canzone dei Nibelunghi. Il documento è da sempre custodito nell'Archivio di Stato di Berlino.

L'altro “simbolo” ha una storia degna di un romanzo. Si tratta dello Sporthotel Paradiso al Cevedale, proprio in fondo alla valle , a oltre 2000 metri di quota. Ci sono studiosi che lo considerano un capolavoro dell'architettura. Venne costruito a metà degli anni '30 da una società legata al partito fascista, che lo concepì e finanziò per offrire vacanze in montagna a iscritti e simpatizzanti. Il progetto porta la firma di uno dei più grandi architetti italiani: Gio Ponti. Nel '43 venne requisito dai nazisti per farne un centro operativo e di spionaggio. Ma il “Paradiso” divenne qualcosa di più.

Da albergo a “locale notturno”.

Subito dopo la guerra cominciò a circolare la voce, secondo cui l'hotel sarebbe stato stato trasformato dai nazisti in un locale notturno. A tale proposito Gianni Bodini ebbe anni fa l'occasione di parlare con un ex-ufficiale nazista di Silandro e con una cameriera di quel periodo, che confermarono la storia: «Di questi due miei testimoni, anche se sono deceduti, non faccio il nome perché ci sono ancora i parenti».

Dalla fine della guerra l'hotel non è stato più riaperto. Nel '52 venne acquistato dall' armatore veneziano Arnaldo Bennati (quello che fece costruire il Bristol a Merano). Bennati lo ampliò e lo fece tingere di rosso . Ma non lo riaprì, anzi tre anni dopo lo cedette. Oggi , pur in uno stato di abbandono, è meta di visite da parte di architetti, appassionati di storia e studenti universitari. Il “Paradiso” al Cevedale è considerato infatti un caso davvero particolare. Gio Ponti lo voleva diverso dai modelli alpini tradizionali.

Qualche anno fa un architetto di Milano, Luciano Bolzoni, ha voluto dedicargli un libro. Significativo quanto scrive riguardo allo stato attuale dell'hotel: «Un'esistenza fatta di stanze vuote ma ancora ben conservate, dove sono ancora visibili i cromatismi delle pareti e dei plafoni, tutti differenti fra loro, ricavati dal casellario cromatico che resiste al tempo, alla luce, alla natura».

















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