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BOLZANO. Pennarello nero. Stampatello maiuscolo: «RICORDI DI PAPÀ TULLIO». È tutto qui dentro. Una scatola di cartone alta una spanna. Foto, documenti, lettere, vecchi articoli di giornale. «È tutto qui dentro», ripete Ivan Degasperi, figlio di Tullio, uno dei sette operai della Zona industriale caricati sui carri bestiame in via Pacinotti il primo febbraio 1945. L’ultimo convoglio partito per Mauthausen. Sette partigiani. Sette bolzanini. La cellula della Resistenza che faceva capo a Manlio Longon. Nessuno è tornato. Tullio Degasperi. Walter Masetti. Adolfo Beretta. Decio Fratini. Erminio Ferrari. Romeo Trevisan. Gerolamo Meneghini. I loro nomi sono il nostro sangue, la nostra storia, sono le radici di Bolzano. Era oggi, 73 anni fa. «Il lager ha inghiottito mio padre e mi ha fatto orfano - dice Ivan -. Avevo 9 anni. Ricordo quando mi prendeva in braccio. Se chiudo gli occhi sento ancora il profumo della sua acqua di colonia. Ho il grande rimpianto di non averlo potuto conoscere davvero...». Suo fratello Enzo, di anni ne aveva 14: «Ricordo quando mi caricava sul serbatoio della moto e mi portava in campagna o a caccia. O quando insieme, di notte, guardavamo gli aerei americani bombardare la ferrovia e la Flack sparare verso il cielo. “Enzo - mi diceva - non aver paura”...». Il 14 dicembre 1944 la Gestapo arresta Manlio Longon. Tullio viene preso il 19 dicembre 1944, insieme ad altri sei capocellula della Zona industriale. «Sappiamo chi li ha traditi», Enzo e Ivan non fanno nomi. Lo chiamano semplicemente l’«ottavo». «Era uno di loro, un compagno che non ha retto alle torture. Dopo la guerra lo abbiamo visto molte volte. Nessuno ha mai detto niente, non c’era bisogno. Non proviamo rancore. Erano tempi difficili. E non tutti nascono eroi». Torturati, pestati a sangue, nessuno dei “sette” apre bocca. Il primo febbraio 1945 le SS li portano ai binari di via Pacinotti insieme ad altri 541 internati del lager di via Resia. C’è la neve alta un metro, è una giornata livida, gelida, disperata. Tullio Degasperi non si fa illusioni. «Nostro padre era certo che non sarebbe più tornato». Ivan tira fuori dallo scatola una piccola busta trasparente. Apre con cura un foglio di carta velina ripiegato più volte. È scritto fitto a matita. «1-2-45. Lina se riceverai questa mia vorrà dire che sono già partito per la Germania come deportato... Baciami forte i miei piccoli, digli di pregare tanto per il loro papà».









