Bolzano. In questi giorni bui, si cita spesso un proverbio senegalese. Dice che quando muore un anziano, un nonno, una nonna, un papà, una mamma, è come se bruciasse una biblioteca. Una biblioteca vivente. È vero. Lo stiamo vivendo sulla nostra pelle. Non c’è nulla di romantico in questo maledetto virus, nessuna rinascita o rigenerazione. C’è solo perdita e lutto. Ci toglie i nostri cari senza la tregua del commiato. È brutale e violento. Per questo dobbiamo combattere, anche per loro, i nostri vecchi. Tocca a noi parlare per loro. Immagazzinare i ricordi perché tutto non svanisca così. Stiamo perdendo in un colpo solo le nostre radici, la nostra memoria. L’archivio di famiglia che era ancora saldo nella loro testa, ma che spesso non abbiamo fatto in tempo a fissare per mille motivi e mille scuse. D’ora in poi, prendiamocelo, il tempo. È una promessa. Un dovere. Ascoltiamoli, registriamo, trascriviamo, raccogliamo le foto, tramandiamo con cura ai nostri figli e nipoti. Come ha fatto Norina Zenoni per tutta la vita, raccontando fino all’ultimo respiro la storia della sorella Carolina, che impazzì a 19 anni dopo aver visto una SS uccidere Irfo Borin, un operaio di 19 anni, con un colpo alla testa nel cortile della Lancia. Era il 3 maggio 1945.

In questi giorni senza fine, ci ha lasciati anche lei. Norina aveva 95 anni, era diventata trisnonna lo scorso dicembre della piccola Clohe. Viveva ancora da sola nella sua casa di via Visitazione accudita con amore dalla nipote Barbara. La sua storia l’avevamo pubblicata sulle pagine del giornale il 3 maggio 2019. Tocca a noi adesso continuare a raccontarla. Così i nipoti di Clohe, tra 100 anni, la ricorderanno ancora. Eccola.

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La vita di Carolina Zenoni è finita a 19 anni, il 3 maggio del 1945. Quando un soldato tedesco ha sparato alla testa di Irfo Borin, operaio della Lancia nella giornata più nera di Bolzano. Lo hanno ammazzato come una cane, Irfo. Sotto i suoi occhi. Lei, quel giorno, ha chiuso col mondo. «Sindrome dissociativa causata da un trauma», diranno più tardi i medici. Ha passato il resto della vita tra manicomi, ospedali psichiatrici e strutture di cura. È morta in una casa di riposo a Castelrotto il 14 aprile 2006, a 80 anni. Se oggi possiamo raccontare questa storia lo dobbiamo alla sorella di Carolina, Norina, 95 anni. Abita in un piccolo appartamento di via Visitazione “bassa”, a poche centinaia di metri da dove tutto è accaduto. Norina è minuta nella vestaglia rosa. Una donna molto bella. I capelli ben pettinati, tenuti da un fermaglio. Un’ombra di rossetto. Le gambe non la reggono più, “regalo” degli anni da mondina nelle risaie. Ma la memoria tiene, e “tiene” perché non vuole dimenticare. Prende la foto di Carolina dalla libreria del salotto, la porta sul cuore, poi sulle labbra. Le dà un bacio. Una foto in bianco e nero, scattata prima del nulla che l’ha inghiottita. L’unica dove Carolina sorride. «Era una ragazza semplice - racconta -. Timida. Le piaceva ballare e ascoltare le canzoni di Rabagliati alla radio. Aveva studiato fino alla terza media. Guardava con fiducia al futuro».

Una mamma con 10 figli

La famiglia Zenoni è originaria di Santa Margherita d’Adige, un paesino vicino a Padova. Il papà Luigi è morto nel 1934 di tetano. «Aveva solo 38 anni. Mia mamma Aristea era incinta dell’ultimo figlio, il decimo. Tre maschi e sette femmine - racconta Norina -. Ero ancora una bambina che mi hanno mandato a fare la mondina nelle risaie del vercellese, poi in una fabbrica di tappi di sughero. Piangevo sempre. Eravamo poveri, senza padre, senza niente da mangiare. Noi figli più grandi dovevamo lavorare, anche se io non avevo compiuto 10 anni». Nel 1941 si trasferiscono a Bolzano, in un alloggio popolare in via Milano. «Mia madre trovò un posto in un ristorante di via dei Carrettai (oggi via Streiter), i miei fratelli nelle fabbriche della Zona. Io facevo le pulizie negli uffici del centro. Carolina venne presa alla mensa della Lancia...».

Quel giorno- Il 3 maggio 1945 è scolpito nella memoria di Norina Zenoni. Minuto per minuto. La guerra era finita, ma non qui. Bolzano era occupata dall’esercito tedesco, con i partigiani che difendevano le fabbriche e gli americani a una manciata di chilometri. «Quella mattina ci eravamo alzate molto presto, come sempre. Carolina aveva il turno in mensa della mattina. In bicicletta ci volevano più di venti minuti per arrivare alla Lancia. Nostra madre era molto preoccupata. In strada si sentivano urla e spari. I blindati tedeschi andavano su e giù per via Torino. Non voleva che uscissimo. Specialmente Carolina che doveva andare in Zona, dove si diceva che c’erano degli scontri».

La madre insite, le chiede di aspettare almeno qualche ora, per vedere se la situazione si calma. «Ma lei niente. Sento ancora la voce di Carolina. Sento ancora le sue parole». Norina le ripete in dialetto, 74 anni dopo, come se fosse oggi. «Mama, i operai i ga da magnar a mezdì!».

«Mamma!, non capisci, devo andare».

Molti lavoratori e molte lavoratici della Zona, quella mattina, vanno in fabbrica proprio per questo senso del dovere. Presidiare gli stabilimenti anche con le armi, difendere le “macchine” che sono il futuro e la rinascita, evitare le razzie dei tedeschi in fuga. C’è bisogno di tutti: anche delle cuoche. Anche di Carolina.

Carolina riesce a raggiungere la Lancia, ma la situazione è già precipitata. Alle 7 del mattino, dai tetti della Ceccarini gli operai hanno sparato su una colonna della Wehrmacht. Alle 7.30 dalla Lancia sparano a una vettura su via Razza (oggi via Volta). A bordo ci sono degli alti ufficiali. Arriva un camion di soldati di rincalzo. Gli operai lanciano bombe che colpiscono il cassone. Ci sono morti e feriti. Scatta la rappresaglia in tutta la Zona. I tedeschi mettono un autoblindo con mitragliatrice davanti alla Saffa (dove oggi c’è la Metro). Poco lontano, alla Ceda, giustiziano sul posto due operai: Romolo Re e Virgilio Lorenzetto.