Bolzano. Emil Stocker ha 90 anni. Indossa una giacca blu con i nastrini delle campagne d’armi. In testa il basco verde dei legionari. Si aiuta con le foto: 1036 scatti in bianco e nero, fatti con la sua Foca 2, una macchina tipo Leica molto in voga negli anni Cinquanta. Ogni foto ha una didascalia in bella calligrafia, in francese, con la data e il posto. Due album pieni. Uno rosso, l’altro verde. Quattro anni di guerra in Indocina, 1951-1954. Qui dentro c’è tutto: Saigon, Hanoi, Dien Bien Phu. La sconfitta e la fuga. Stocker era un sergente della Legione straniera, poteva fotografare infischiandosene della censura. Ed era anche un ufficiale postale. Lui, che laggiù non voleva ricevere nemmeno le lettere di sua madre, batteva tutto il Vietnam del Nord per consegnare documenti e messaggi. Girava e fotografava. Anche dai Dakota, gli aerei militari che tenevano i collegamenti con gli avamposti circondati dai viet. Il racconto di quest’uomo ancora duro come pietra, volutamente scorbutico fino all’antipatia, apparentemente refrattario alle emozioni, parte da una domanda: «Perché a 20 anni molli tutto e vai nella legione?».



La tensione è sempre alle stelle. I viet riempiono i villaggi di mine e ordigni nascosti con incredibile astuzia. Mine a filo o a pressione difficili da vedere. Se inciampi, salti in aria. «Dovevi stare sempre concentrato». Un giorno entrano in un villaggio. «Quello davanti a me, un tedesco, si è distratto». BAAM, l’esplosione gli riempie la pancia di schegge. «È morto subito».

Il villaggio era una gigantesca trappola a cielo aperto. «Abbiamo dato fuoco alle capanne. Le mine esplodevano dappertutto. Tengo a precisare che era vuoto. I viet avevano mandato via gli abitanti prima che scoppiasse l’inferno».

Le tribù indigene sono strette a tenaglia tra i francesi e i partigiani dello Zio Ho. «È crudele ma nessuno poteva farci niente: la pagode buddiste cercavamo di rispettarle ma se avevamo il sospetto che dentro si nascondessero i comunisti, le tiravamo giù con l’artiglieria. Il discorso vale anche per le chiese cattoliche. Usavano i campanili come osservatori. Non potevamo fare altro che raderli al suolo...».

I viet scavano sotto terra interminabili reti di gallerie e cunicoli. «Dovevamo bonificarle. Scendere là sotto era come andare all’inferno. Dovevamo “lavorare” con le bombe a mano: le butti dentro e ci pensano loro a fare pulizia». A Dong-Tru, i viet mettono le mine anche a ridosso della base dei legionari. «Uno dei nostri, un piemontese, è saltato all’uscita del campo».

Faccia da legionario. Dopo due anni di guerra in Indocina, i legionari avevano diritto a tornare in Algeria. I sopravvissuti contavano i giorni. Tutti tranne Emil Stocker. Che firma per altri due.«Ero un soldato e non sapevo fare altro -, taglia corto. La paura non è mai stata un problema per me. Sa, io sono un tipo piuttosto duro. Sapevo che potevo morire. Anche se questo non significa che fossimo incapaci di gesti di bontà».

Ma non tutti, in Indocina, erano pronti a farsi massacrare. Molti disertavano. «Se li prendevamo, non se la passavano bene», sibila 70 anni dopo. Tanti cercavano di scansare la prima linea. Stocker è stato anche responsabile della disciplina della compagnia. «Non facevo sconti ma non calcavo neanche la mano - dice -. Nelle legione ho combattuto accanto a soldati di ogni colore e religione. Senegalesi, algerini, indocinesi. Mi è bastato poco per capire che quelle storie sulla razza che ci avevano messo in testa in Germania erano assurde».

Prigionieri. In guerra si fanno prigionieri. Da una parte e dall’altra. Emil Stocker non indora la pillola. «I prigionieri vietnamiti venivano violentati dai nostri. E la stessa cosa succedeva ai nostri catturati dai vietnamiti. Ricordo una volta, dopo uno scontro, un sergente maggiore ha preso un prigioniero e, quella stessa notte, ha cercato di stuprarlo. Un altro episodio: avevamo rastrellato un villaggio. Ci viene incontro un vietnamita, aveva fatto la prima guerra mondiale, aveva combattuto coi francesi. Ci implora di non portare via il figlio. Il nostro comandante chiama i superiori via radio. Chiede se possiamo lasciare lì il ragazzo. Dice che è figlio di un reduce. Gli rispondono di no, di trascinarlo alla base come prigioniero militare. Giorni dopo, un mattino, sento un colpo secco di fucile. Pensavo fosse partito a qualcuno. Invece no, avevano tentato di stuprarlo quel ragazzo. Lui ha cercato di scappare e...». Emil Stocker si azzittisce, chiude gli occhi, prende fiato. Ordina un’altra minerale. Forse la prima vera emozione in tre ore di racconto. «La violenza sessuale - riprende - era una cosa diffusa. Nessuno si opponeva, nessuno diceva niente. L’omosessualità sia consensuale che imposta con la violenza è comune tra i soldati. Questi lo sanno tutti. È un dato di fatto. Chi lo nega sa di mentire». Stocker dice che i prigionieri difficilmente venivano uccisi. Ma non per umanità. «Sia noi, sia i viet li utilizzavamo per lavori di fatica, per farci portare la roba da un campo all’altro. Erano internati militari. Ad ammazzarli erano le condizioni igieniche e le malattie, specialmente nei campi viet».

Il nazista diventato comunista.

Tutto poteva accadere dall’altro capo del mondo. Anche che un ex maggiore delle SS passasse a combattere con i comunisti. «Era nella mia compagnia. Ha disertato ed entrato nello Stato maggiore di Ho Chi Min. Alcune dei miei finiti prigionieri mi hanno raccontato in seguito che li obbligava a cantare in tedesco perché aveva “nostalgia”». A Stocker scappa un ghigno. Poi racconta un episodio da brividi.

«I vietminh avevano una disciplina di ferro, ancora più rigida della legione. Uno giorno uno dei nostri viene catturato. La guardia viet gli strappa l’orologio. Lui si lamenta e lo dice al suo comandante. L’ufficiale si fa ridare l’orologio, poi, come se niente fosse, estrae la pistola, la punta alla testa della guardia e spara. Era il fanatismo rosso che puniva ogni embrione di individualismo e corruzione...».

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