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Bolzano. La vita di Carolina Zenoni è finita a 19 anni, il 3 maggio del 1945. Quando un soldato tedesco ha sparato alla testa di Irfo Borin, operaio della Lancia nella giornata più nera di Bolzano. Lo hanno ammazzato come una cane, Irfo. Sotto i suoi occhi. Lei, quel giorno, ha chiuso col mondo. «Sindrome dissociativa causata da un trauma», diranno più tardi i medici. Ha passato il resto della vita tra manicomi, ospedali psichiatrici e strutture di cura.
È morta in una casa di riposo a Castelrotto il 14 aprile 2006, a 80 anni.
Se oggi possiamo raccontare questa storia lo dobbiamo a Marco Cavattoni, figlio di Andrea, il partigiano “Dighe”, uno dei sopravvissuti, con 5 pallottole nella schiena, alla “strage degli operai della Zona”, di cui oggi ricorrono i 74 anni. Lo dobbiamo alla sua dedizione verso tutte le vittime di quella tragedia che la nostra città ha invece seppellito, dimenticandole, nel suo ventre molle. È Marco Cavattoni che ci porta dalla sorella di Carolina, Norina, 95 anni, in un piccolo appartamento di via Visitazione “bassa”, a poche centinaia di metri da dove tutto è accaduto.
Norina è minuta nella vestaglia rosa. Una donna molto bella. I capelli ben pettinati, tenuti da un fermaglio. Un’ombra di rossetto. Le gambe non la reggono più, “regalo “degli anni da mondina nelle risaie. Ma la memoria tiene, e “tiene” perché non vuole dimenticare. Prende la foto di Carolina dalla libreria del salotto, la porta sul cuore, poi sulle labbra. Le dà un bacio. Una foto in bianco e nero, scattata prima del nulla che l’ha inghiottita. L’unica dove Carolina sorride. «Era una ragazza semplice - racconta la sorella -. Timida. Le piaceva ballare e ascoltare le canzoni di Rabagliati alla radio. Aveva studiato fino alla terza media. Guardava con fiducia al futuro».




