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Bolzano. Darya Muzh apre il volume a pagina 117. «Eccoci qua, tutte e cinque. Io, Augusta, Gisella, Elena e Ottilia». La copertina rigida è argento. Titolo: “Darya, histoire d’une badante ukrainienne”. Oltre duecento scatti della fotografa americana Jane Evelyn Atwood. Un reportage realizzato nel 2007 a Bolzano e in Ucraina seguendo il lavoro e la vita di Darya, orgogliosamente badante («è una bellissima parola, significa fare attenzione, prendersi cura di un’altra persona») e orgogliosamente ucraina, in Italia dal 2001. Le foto, oggetto di una mostra al Trevi nel 2008, sono state ora raccolte in una elegante pubblicazione, uscita in Francia e negli Stati Uniti per la casa editrice parigina “Le bec en l’air”.
Orgogliosamente badante
Darya è tutte le donne che arrivano da paesi lontani per accudire i nostri anziani nell’ultimo spicchio della vita. Angeli custodi, che entrano nelle nostre case, ci aiutano ad assistere i genitori o i nonni, quando noi, da soli, non ce la facciamo.
Le foto guardano il mondo dalla loro prospettiva. Ci dicono chi sono. Da dove vengono, che storie hanno, cosa provano. E anche perché sono qui. «Perché, perché - taglia corto Darya -. Perché in Ucraina qualsiasi vita sarebbe stata peggiore. Non dico solo adesso con la guerra. Anche prima. Quando nasci in un paese povero, non puoi permetterti il lusso di sognare: prima devi sopravvivere. Oggi, con Putin, ancora di più». Ai tempi del comunismo le cose avevano un loro ordine, certamente malato, ma era pur sempre un ordine. «Mi sono laureata al Politecnico di Kiev a metà degli anni ’80 - racconta - . Nel 1987 ero direttrice di una fabbrica di mattoni nel mio villaggio, Peremyslovychi, al confine con la Polonia. Avevo cinquantatré operai sotto di me. Cinquantatré, non so se mi spiego, tutti uomini. Li comandavo a bacchetta. Nessuno sgarrava». Ride Darya.





