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Bolzano. Chi era Irfo Borin? Perché a Bolzano non c’è una scuola, o una via, o una palestra con il suo nome? Perché un ragazzo di 19 anni, partigiano, Croce al Merito di guerra, ucciso con un colpo di pistola alla testa il 3 maggio 1945 nel cortile della Lancia, non merita almeno il rispetto del ricordo?
Questa è una storia dimenticata, nascosta per decenni sotto la polvere. Che trascina con sé il dolore di una famiglia distrutta dal lutto e dalla perdita. Settantasei anni dopo, l’unica che può raccontarla è la nipote Marzia Bonfanti, figlia della sorella più grande di Irfo, Jone. Marzia tira fuori dai cassetti un plico di foto in bianco nero e la tessera numero 13 dell’Associazione nazionale partigiani, comitato provinciale di Bolzano. Una tessera ad memoriam. Anno 1946.
Eccolo qui Irfo: alto, magro, i muscoli tesi da alpinista, gli occhi neri, i cappelli scuri tirati dalla brillantina. Classe 1926, studente con ottimi voti alle Iti di via Cadorna, appassionato di montagna e di ogni tipo di sport. Suo padre Mario, autista per l’Ente Tre Venezie, è arrivato dal Veneto alla fine degli anni Venti. Un socialista, Mario, che odia i fascisti da sempre. Da quando hanno ammazzato come un cane Giacomo Matteotti.
«Abitavano in viale Venezia al numero 23 - inizia Marzia -: al piano rialzato c’era un comando militare tedesco. Mia madre mi raccontava che i nazisti li minacciavano in continuazione».
“Se perdiamo la guerra, tutti kaputt, vi facciamo saltare in aria insieme a noi”, dicevano ai Borin facendo il segno del dito che taglia la gola. «Tant’è che mio nonno, per star tranquillo, decise di mandare la famiglia sfollata sopra Rencio». Gli unici a restare in viale Venezia sono Irfo e la zia Gisella, sorella della mamma, che gli prepara pranzo e cena e lava i vestiti. Per sfuggire al reclutamento nell’esercito tedesco, Irfo era stato “precettato” alla Lancia con altre decine di giovani bolzanini. Formalmente “lavoratori per il Reich”, anche se di fatto l’obiettivo era ben diverso: salvare vite destinate ai fronti della Germania hitleriana, e sabotare l’industria bellica del Terzo impero. Da studente delle Iti, abile ed esperto di macchine, Irfo viene messo al tornio. Ha le idee molto chiare. È antifascista per indole e tradizione familiare. Ai suoi non ha detto niente per non preoccuparli e coinvolgerli, ma ha aderito alla Resistenza. È un sottotenente dei Gap, i Gruppi d’azione patriottica attivi nelle città. Si riconosce in Giustizia e Libertà. Il 3 maggio 1945 si alza all’alba per andare in Lancia a presidiare la fabbrica. Migliaia di tedeschi in rotta stanno attraversando la città per raggiungere il Brennero. L’ordine del Comitato di liberazione nazionale è di tenere sotto controllo la situazione senza ingaggiare conflitti a fuoco. Ma l’aria è pesante. Da giorni gli sbandati entrano nei palazzi e nelle fabbriche. Cercano cibo, camion, auto, benzina. Rubano persino le biciclette. Irfo, verso le 6 di mattina, torna a casa per mettere al sicuro la sua. La zia lo scongiura: «Stai qui, non uscire più, è pericoloso. I nazisti sono dappertutto».
Altre foto: i funerali al cimitero di Oltrisarco. Il feretro issato e spinto nei loculi sotto le arcate accanto alla cappella. La lapide: «Il 3 maggio 1945 cadeva per la Patria ucciso da piombo nazista BORIN IRFO. Genitori, sorelle, parenti, la Lancia e i compagni di lavoro a perenne ricordo».
Il padre Mario si infila nell’occhiello della giacca il bottone nero del lutto. Non lo toglierà mai più. Impone il lutto per tre anni alla moglie e alle figlie Lidia e Jone. La perdita di Irfo, su cui aveva riposto speranze, aspirazioni, futuro, è devastante. Il comitato di Bolzano dell’Associazione partigiani consegna a Mario la tessera onoraria alla memoria. Lo stesso fa Giustizia e Libertà. Gli amici gli portano la piccozza e la corda di Irfo. Mesi dopo in viale Venezia si presenta una ragazza (Carolina?), quasi a chiedere scusa per una promessa d’amore che non potrà mantenere.
Altre foto: 3 maggio 1947, la madre in Lancia per l’inaugurazione del cippo ai caduti; gli operai in tuta silenziosi, le sorelle vestite di nero col viso nascosto nei fazzoletti bianchi. 3 maggio 1948, la commemorazione in piazza della Vittoria: le vedove, le madri e le sorelle dei martiri. 27 aprile 1954, piazza IV novembre: un alto ufficiale punta sul petto di Mario la Croce al merito di guerra del figlio. «Giovane combattente della lotta di Liberazione -recita- , distintosi per dedizione alla causa e per coraggioso comportamento, si impegnava arditamente con altri compagni per proteggere la zona industriale dai tedeschi in ritirata».
Ma non basta una medaglia a lenire il dolore della memoria negata. La Bolzano del dopoguerra ha fretta di dimenticare. Le cerimonie svaniscono, i cippi accumulano corone ingiallite e fiori appassiti. I morti restano soli, confinati nel rimpianto delle vite spezzate, ancorati alle famiglie che maledicono le occasioni perse e gli assassini mai trovati. Ecco, forse adesso, dopo 76 anni, è arrivato il tempo di dire: Grazie Irfo. Prima che svanisca di nuovo. E questa volta per sempre.









