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BOLZANO. L’occhio corre a destra. Un bambino seduto a gambe incrociate. Una ragazza con i capelli sciolti che raccoglie un fiore. Un’altra, più giovane, accarezza il prato... L’occhio corre ancora: una Madonnina regge una rosa fresca. E altre due Madonnine, anzi: tre Madonnine, una accanto all’altra. E Sant’Antonio che tiene in braccio Gesù Bambino. E un Cristo sofferente. Spuntano tra fusti di erba alta e fiori di campo. Una collina di terra di risulta, racchiusa ai lati da un quadrato grigio di new jersey in cemento.
Il bambino... Il bambino lo ricordo. Era vicino alla tomba di mio nonno Leo. Lo vidi la prima volta che avevo circa sette, otto anni. La sua età, credo. Dietro di lui si stagliava il profilo di una cima. Forse il Catinaccio, forse lo Sciliar o le Torri del Vajolet. Era caduto in montagna. Lo salutavo sempre. Lo percepivo vivo. Da piccolo, chissà perché, ero convinto che non si potesse morire prima di aver compiuto dieci anni. Quindi: lui non era davvero morto. Ogni volta che andavo dal nonno, passavo a salutarlo. Ci parlavo, come ancora oggi parlo ai miei morti.
Molto, molto tempo dopo, un giorno, quella tomba – sempre curatissima e molto amata – sparì.
Ora: eccolo di nuovo, il bambino. Nel suo giubbino di scuola elementare, con lo stesso sorriso di cinquant’anni fa. E quella giovane donna? Chi era, chi è, quella ragazza seduta tra l’erba selvaggia, avvolta da una nuvola arancione di Calendule fluorescenti? E quella più in là, quasi una bambina, con i capelli raccolti a crocchia, la mano sinistra sul cuore, mentre la destra accarezza i fiori?
Avevo notato qualcosa in inverno, ma il cervello non aveva archiviato l’informazione, forse perché la natura ancora riposava. Oggi, invece, questo giardino “magico”, sospeso tra la vita e il mistero della morte, questo giardino - che sembra uscito da una favola dark di Tim Burton -, chiama. Ti obbliga a fermarti. Non lo puoi ignorare. Ci devi parlare. Qui, a due passi da dove riposa mio padre, ala nord-est del cimitero di Bolzano, lato Oltrisarco, praticamente al muro di cinta, tra l’erba alta, e il rosso, il giallo e il viola dei fiori selvatici. Statue funerarie in bronzo, ferro, rame e acciaio, recuperate da tombe rimosse. Ripulite e sistemate da mani sensibili e amorevoli all’interno e ai margini di un campo, che la natura si è ripresa con l’andare delle stagioni.




