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Bolzano. Non vola una mosca. Trenta bambine e bambini, ragazzi e ragazze dai 5 anni in su immobili. Le gambe divaricate, le braccia tese in avanti coi pugni chiusi. Gli occhi fissi sul maestro. «Ishal schiena dritta, aprile quelle spalle, non nasconderti - urla lui, il maestro - Fai vedere chi sei».
Ishal avrà otto anni, i capelli raccolti in una treccia nera: alza la testa, gonfia il petto orgogliosa:«Sì maestro».
Giovedì pomeriggio. PalaMazzali di viale Trieste, ultimo piano, uno stanzone di 30 metri quadri coperti dal tatami giallo e arancio: lezione di karate con Papadame Diop, operaio all’Iveco, sindacalista ex nazionale del suo paese d’origine, il Senegal. Ha 52 anni ma ne dimostra 20 di meno. Asciutto, muscoloso, elastico ma anche duro come la pietra. Con una manata potrebbe stendere un toro. I ragazzi lo guardano come il padreterno. Aspettano i comandi. Che ordini il “Kata”, la serie di mosse da compiere in sincronia, all’unisono. Oggi l’allenamento consiste nello Taikyoku Shodan, un combattimento con avversari immaginari: ci si difende da un attacco, utilizzando le tecniche di base. «Oi Tsuki», urla Papadam. Tutto il gruppo si volta col busto. Gli allievi sferrano il pugno destro girato sulle nocche. Portano il gomito sinistro all’altezza della cintura pronto a colpire ancora. Parte in coro un terrificante “Ki-Ai”. Serve a sprigionare energia e caricare il colpo.
«E ora facciamo le parate. Se qualcuno vi attacca frontalmente cosa dovete fare?”.
Vummm: il fruscio dell’avambraccio alzato a proteggere la faccia.
Diarra guarda seria l’avversario fantasma, poi picchia l’aria con un jab diretto di risposta. Le treccine afro con le perline ballano sul viso.
«Brava, si fa proprio così». Diarra sorride, spalanca denti bianchissimi e occhi neri come l’ossidiana.
Testo: Luca Fregona
Foto: Andreas Kemenater








