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Bolzano. Di lui resta una lapide nel cimitero militare di livorno. nome, data di nascita, data di morte. Francesco Accettella: 1920-1943. ci sono persone che muoiono troppo presto. finiscono nel faldone delle vite perdute di cui pochi (o nessuno) conservano memoria. l’archivio delle vite perdute ogni tanto batte un colpo. lancia un segnale, ma deve esserci qualcuno pronto ad afferrarlo.
Una polverosa raccolta del nostro giornale sfogliata per caso. anno 1945. primo agosto, pagina 3, sezione “vita cittadina”. l’occhio va su una colonnina in corsivo. lettera al direttore.
Comincia così: "Francesco Accettella, noi che lo conoscemmo e gli fummo compagni, nel ginnasio e nel liceo Carducci in Bolzano, siamo rimasti sbigottiti, quasi increduli alla notizia della sua morte...".
Elenco telefonico su google. accettella. proviamo.
Giugno 2020, Maria Luisa.
Bar Gambrinus, via Duca d’Aosta angolo Cesare Battisti. L’appuntamento è alle 11. Maria Luisa Accettella è già lì, tra le mani una copia dell’Alto Adige. Primo agosto 1945. Conservata come una reliquia da 75 anni. Va a pagina 3. Legge a voce alta:«...profondamente buono, di una bontà quasi francescana, generoso, di intelletto pronto e acuto che la sua innata modestia non metteva sufficientemente in valore...».
«Questa lettera - spiega - l’hanno scritta i suoi amici più cari, Bampi e Celada».
Maria Luisa tira fuori dalla borsa di tela la medaglia d’argento al valore militare col nastrino azzurro. Poi la pergamena del Ministero della Guerra e tre foto in bianco e nero recuperate la sera prima da una scatola sopra l’armadio.
«In questa, c’è mia madre davanti al Corpo d’armata dopo la guerra. Le appuntano al petto la medaglia di Francesco».
«Qui, Francesco da piccolo con Vittorio, l’altro nostro fratello»
«Qui invece è in Corsica, qualche settimana prima di essere ammazzato. Ha un’aria serena. Nessuno credeva che la guerra sarebbe arrivata davvero anche lì...».
Francesco ormai vive solo nel ricordo della sorella Maria Luisa, l’unica che sa chi e come fosse. Sarebbe potuto diventare un bravo ingegnere. Avrebbe potuto costruire strade, ponti, palazzi e canali. Avere una famiglia, dei figli e dei nipoti. Passare le estati a Cattolica e i fine settimana in Val Gardena. Amare, gioire e soffrire. Invecchiare.
«Invece, tutto si è spezzato a soli 23 anni».
Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati. Dà l’ordine di “rispondere ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Ovvero: dai tedeschi.
L’isola è piccola, gli scontri iniziano subito. I tedeschi cercano di impossessarsi dei porti e delle piste d’atterraggio. Gli italiani reagiscono, tengono le posizioni. La Divisione Friuli ha già scelto da che parte stare. Solo pochi reparti decidono di imbarcarsi sulle navi in rada pronte a salpare per Livorno. Il 12 settembre all’unità di Francesco viene ordinato di abbandonare l’isola. Arrivati al porto, non tutti sono dell’idea di lasciare cannoni e munizioni in mano al nemico. Alcuni ufficiali dicono che si deve far saltare tutto e battersi accanto alla “Friuli”. Francesco è d’accordo, ha sviluppato un’avversione al fascismo a i nazisti. Fa una di quelle cose di getto. Uno di quei gesti che vanno contro l’istinto di sopravvivenza. Quella cosa che potremmo chiamare altruismo, che qualcuno definisce eroismo, e qualcun altro incoscienza. Torna indietro. Ai suoi non lo impone. «Chi vuole mi segua, chi non vuole, salga sulla nave». Mezz’ora dopo è in postazione all’aeroporto. Le SS attaccano con blindati e carro armati. Francesco organizza la difesa, dà l’ordine di far saltare i depositi. Sostituisce i serventi sfiniti al cannone per armare e sparare. Quando si rende conto che sono circondanti, decide di rendere inutilizzabili bocche di fuoco, obici e mortai. La battaglia infuria per due giorni. Gli italiani sono arroccati, i tedeschi provano continuamente a sfondare la linea. Il 13 settembre, Francesco Accettella, 23 anni, viene colpito da una mitragliata all’addome. Muore tra le braccia dei compagni.
Il presagio.
La famiglia Accettella è sfollata a Cavalese. Quella stessa notte, uno specchio del salotto si rompe da “solo” a metà. Si frantuma sul pavimento con un rumore che sembra un urlo. La madre si sveglia madida di sudore. È un segno cattivo: «È successo qualcosa di brutto a Francesco. Me lo sento». Un pensiero insopportabile. Ricorda Maria Luisa:«L’Italia era divisa a metà. Le comunicazioni inesistenti. Non avevamo notizie. Ma dentro, lei lo sapeva. Sapeva che suo figlio non c’era più». La battaglia in Corsica prosegue tre settimane. I tedeschi travasano truppe dalla Sardegna, gli italiani combattono a fianco dei partigiani corsi e delle truppe francesi fedeli a De Gaulle. Non mollano. Il 4 ottobre 1943, la Corsica è liberata. È una delle prime vittorie della Resistenza. Francesco viene seppellito nel “cimitero degli italiani”.
Cravatta nera.
Passano mesi. Molti mesi. Francesco non torna. Nella tarda primavera del 1945, un compagno d’armi si presenta a Bologna a casa di Vittorio, che nella “dotta” studia medicina. «Eravamo insieme in Corsica - dice-, mi ha detto lui di venire da te. È morto sotto i miei occhi». Racconta tutto. Vittorio indossa un completo, si annoda la cravatta nera del lutto, prende il primo treno. Arriva a Cavalese che è sera. «Ci ha salutati come niente fosse - ricorda Maria Luisa- , poi mi ha preso da parte. “È morto. Dobbiamo dirlo a mamma. Dobbiamo dirlo insieme”. Avevo 16 anni, ero in grado di prendermi quella responsabilità». Teresa si accascia a terra. Maledice ancora il padre. Maledice lo specchio rotto. «La nostra vita è cambiata per sempre».
Finisce la guerra. Il padre ha perso il lavoro alla Sta. Si arrangia come insegnante. Niente più villa col parco e autista. In casa il clima è pesantissimo tra rimorsi e sensi di colpa. Un giorno del 1948, il padre esce di casa per andare a scuola. Lo trovano accasciato su una panchina. «Ci hanno chiamato dall’ospedale. Nessuno sapeva dove fosse, poi qualcuno ci ha indicato l’obitorio. Era morto di crepacuore. Aveva 64 anni. Mia madre non lavorava. Avevamo soldi solo per un mese. Ha dovuto svendere i gioielli, poi i piatti e le stoviglie». Maria Luisa lascia il liceo all’ultimo anno. Va a lavorare alle Acciaierie, al controllo metallurgico. Poi alla Cassa di Risparmio dove resta fino alla pensione.
«Mi sono sposata, ho messo su famiglia, ho fatto la mia vita. Ma ancora oggi penso a cosa direbbe Francesco in ogni situazione».
Dal 1964 Francesco Accettella riposa nel cimitero militare di Livorno insieme ai caduti della battaglia di Corsica.




